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2. Partecipazione interiore alla Passione

 

Le sofferenze intime di Paolo si possono in sostanza ridurre a quelle solite di una vera « notte dello spirito », la quale se è « orrenda e spaventosa » (13), in lui lo è maggiormente, perché cresce progressivamente e in intensità in modo da costituire un continuo e lento martirio sempre più straziante: « ...Sempre più sento i colpi dei più tremendi castighi ed abbandoni e sempre più crescono... » (14).

(12) P. Giammaria POV 298, p. 126ss. Paolo stesso confida alla Grazi: « ...Più crescono i miei infelicissimi giorni, più crescono i divini flagelli... » (Lt I, p. 233, 18 luglio 1739).

(13) N. I, 8, 2.

(14) Lt II, p. 500, a sr. Colomba, 25 ag. 1756.

 

a) E' PRIVATO DI CONSOLAZIONI E DI LUMI

Paolo era stato favorito di eccelsi lumi divini e talmente ammaestrato sulle verità di fede che non gli sarebbe bastata una biblioteca per contenere quello che aveva appreso (15).

Ma ecco che all'improvviso piomba in un'oscurità spirituale così tetra che non ricorda più niente, si sente tanto arido che non è capace neppure di un buon pensiero: «...Sono sempre più in terribile abbandono ed orribili miserie, ed in verità non ho veruni lume di Dio, e mi sento in tale spaventosissimo stato che non sono capace di un minimo buon pensiero, né saprei dire una parola di spirito... » (16). E' la prova della fede, che per Paolo in questa seconda notte non è più purificativa, ma associativa alla Passione di Cristo (17). Dio lascia il suo intelletto privo di lume, nell'oscurità e nelle tenebre, le quali causano nella sua anima timori e spaventi, sentendosela quasi stritolare nella sostanza (18).

Paolo manifesta la sua inettitudine specialmente alle dirette e cerca di persuaderle a cercarsi altre guide, perché egli si vede « in un abisso senza fondo di miserie, di cecità e soprattutto sotto il tremendissimo flagello dell'Onnipotente Dio » ; per cui prosegue : « Mi co­nosco inabile ad ogni lume, perché non merito lumi, né grazie, ma solo castighi... » (19). « ...Sono in tale stato pieno e soprappieno di tante calamità, tenebre orribili e altre infinitissime miserie, che non so cosa rispondere, perché la mia povera mente e il mio cuore è totalmente abbandonato da ogni luce ecc. » (20). « Ricevei la sua let­tera con un biglietto, ma io non so che risponderle ; la fonte secca non ha acqua... » (21). « ...Sa Dio che vorrei, ma il deplorabilissimo mio stato, per cui sono in tenebre d'inferno, me lo impedisce. Giustissimi giudizi di Dio da temersi e d'adorarsi! » (22).-

(15) P. Giammaria POV 420v, p. 154.

(16) Lt I, p. 231, ad A. Grazi, 9 luglio 1739.

(17) Lt II, p. 325, a m. M. Crocifissa, 11 luglio 1772.

(18) Cf. N. II, 9, 3.

(19) Lt I, p. 233, ad A. Grazi, 18 luglio 1739.

(20) Lt I, p, 225 ss, alla stessa, 7 feb. 1739. 121) Lt I, p. 346, alla stessa, 15 apr. (?). (22) Lt I, p. 231, alla stessa, 9 luglio 1739.

 

Si protesta ancora che nel suo stato di cecità non riesce a intendere cose di spirito: «infixus sum in limo projundi et non est substantia, et aruit tamquam testa virtus mea; come dunque posso scri­vere di cose spirituali e mistiche ? Già sa quando desidero di sbrigarmi dalla direzione delle anime... perché sono ignorante, imperfetto e cieco... non ho luce per me, e tampoco per altri... » (23): «non sono abile per dirigere nemmeno una formica» (24). «Il linguaggio di spirito infatti è occulto a me, che sto in un abisso senza fondo di deformità, di cecità, d'ignoranza e dico puramente la verità come la sento davanti a Dio » (25).

Eppure anche tra queste tenebre sa intuire e capire le anime. Sono dei bagliori come guizzi che rischiarano il suo ciclo spirituale. Sono i momenti di grazia, preziosi per il suo ministero: «Le dico con brevità, che conosco sempre più al chiaro il lavoro divino, e perciò lei seguiti le solite regole ed istruzioni avute» (26).

Infatti la maggior parte delle sue Lettere di direzione, ripiene di sapienza mistica, sono state scritte in tali tenebre e penosissime aridità. Il Santo si scusa con le anime, avvertendole che se ha scritto cose sublimi è per i lumi avuti nel passato: « ...Se scrivo queste belle cose, mi creda che le scrivo a punta di spirito e per lumi avuti in altri tempi » (27). « Né so precisa a sr. Colomba come abbia potuto dire ciò che ho detto nello stato in cui sono » (28).

Queste prove intellettuali così acute e lancinanti, mentre lo infiggono sempre più alla croce con Cristo, lo rendono degno di nuove infusioni di luce sulla fede (29), feconde di conversioni per gli uditori delle sue missioni e di meravigliosi e rapidi progressi spirituali nei diretti.

 

b) Sperimenta l'abbandono di Dio

Non ci può essere una pena che più ferisca l'anima di Paolo tutta ardente di amor di Dio, anche se non sentito ma solo estimativo.

(23) Lt I. p. 130, alla stessa, 18 feb. 1736.

(24) Lt I, p. 147, alla stessa, 22 ag. 1736.

(25) Lt I, p. 167, alla stessa, 9 (?) 1737.

(26) Lt I, p. 169, alla stessa, 24 (?) 1737.

(27) Lt I, p. 486, a sr. Ch. Bresciani, 26 giugno 1?42.

(28) Lt II, p. 452, a sr. Colomba, 19 ag. 1753.

(29) Cf. Fk. Barnaba POV 1250v-1, p. 565; et. P. Giai. POV. 235, p. 95.

 

Egli aveva gustato ebbrezze di paradiso, specialmente al tempo del matrimonio mistico. Ora non sente più il suo Dio; anzi ha la impressione di essere odiato da Dio, di essere stato abbandonato e respinto da Lui per sempre. Sentiamo come ne parla:

«Ah! un'anima che abbia provato carezze celesti, e poi tro­varsi a dovere stare del tempo spogliata di tutto; anzi più, arrivare a segno di trovarsi (al suo parere) abbandonata da Dio, che pare che Dio non la voglia più, non si cura più di lei, e che sia molto sde­gnato; onde le pare che tutto ciò che fa una tal anima, sia tutto mal fatto ecc. » (30).

Ecco altre confidenze del Santo che gridano ancora tutta l'ama­rezza del suo spirito trafitto dal dolore: «...Io sono nell'abisso dei mali e nel tremendo abbandono, ed in tutto ciò che la mia lingua non sa esprimere» (31); « ...Sono sempre più lontano da Dio per la mia mala vita, e perciò sotto la tremenda sferza... » (32). « ...Parmi che il ciclo sia per me diventato di bronzo... e di ferro la terra » (33), « ...provo in verità un vero abbandonamento di Dio... » (34). Il p. Giuseppe M. del Crocifisso restò sgomento quando un giorno, entrando nella sua stanza lo sentì dire per tre volte « con voce da muovere a compassione... "Sono abbandonato"!» (35). Paolo parla ancora di « spaventosissimi abbandoni che sono saggi di incoato inferno, siccome le alte unioni e gaudii che provano le anime giuste, sono saggi di un'incoata beatitudine » (36).

«Ah! non so spiegarmi come desiderio confida alla Grazi : le basti sapere, figlia mia, che questa è una sorta quasi di pena di danno (dirò così), pena che supera ogni pena. Ma se l'anima è fedele, oh, che tesori acquista!... » (37).

« Il mio infelicissimo stato replica in un'altra è poco meno infelice di quello dei dannati, perché provo in verità un vero ab­bandonamento di Dio... » (38).

(30) Lt I, p. 153. ad A. Grazi, 3 ott. 1736.

(31) Lt I, p. 331, alla stessa, 12 ott. (?).

(32) Lt I, p. 346, alla stessa, 20 marzo (?).

(33) Lt I, p. 486, alla stessa, 26 giugno 1742.

(34) Lt I, p. 236, alla stessa. 29 luglio 1739.

(35) POV 1377V, p. 627.

(36) Lt II, p. 498, a sr. Colomba, 10 ag. 1756.

(37) Lt I, p. 154, ad A. Grazi, 3 ott. 1736.

(38) Lt I, p. 236, alla stessa, 10 ag. 1739.

 

« Sto in uno stato si sfoga con la Gandolfi al sommo lagrimevole ed in un abbandono che pavento dentro e fuori; ed in tale stato così tremendo sono carico di molti affari di servizio di Dio e per i prossimi e per la Congregazione » (39). Insamma, si vede in un « deplorabilissimo stato » pieno di « tenebre d'inferno», che lo tiene «sempre più in terribile abbandono ed orribili miserie » (40). Per cui giustamente paventa l'indignazione di Dio: « ...Dio è sdegnato molto con me, e però s'è ritirato con le sue grazie, giusto castigo delle mie gravissime colpe, che sempre più crescono i miei infelicissimi giorni, più crescono i divini flagelli... » (41).

L'abbandono di Dio, il sentirsi da Lui respinto per sempre e giu­stamente castigato, ha la ripercussione più forte nel vuoto apparen­te delle potenze {42), dove Paolo si sente ottenebrato da tale caligine che si vede senza fede, senza speranza e carità: «Io sto scrive al p. Fulgenzio in mare fra grandi tempeste (lo dico in segreto al suo cuore) desolato intus et foris, calpestato dai diavoli in modo orrendo, che pare che non abbia più fede, né speranza, né carità. Oh, come sto io! Ma niuno lo sa, né se ne accorge, aliter si spaventereb­bero. Oh, che sarà di me ? che sarà di me poverello ? » (43).

E' vero questo grido straziante di Paolo, perché la memoria, l'intelletto e la volontà, essendo in lui purificate al massimo e non sentendosi ripiene di Dio (anche se in realtà lo sono), il solo cibo capace di soddisfarle, provano una fame, una sete, uno struggimento di Lui intollerabili (44). E' un vero martirio spirituale: «L'anima sente che la pena e sete prodotta da tale vuoto sono maggiori della morte» (45).

Paolo, innalzato al 9° grado di amore che fa ardere « soavemente in Dio» (46), si consuma per Lui, ma senza sentirne la soavità e il diletto: perché Dio, pur essendo presente in modo intimissimo, si cela e non lascia trasparire il suo influsso confortevole.

(39) Lt II, p. 484, a sr. Colomba, 14 ott. 1755.

(40) Lt I, p. 231, ad A. Grazi, 9 luglio 1739.

(41) Lt I, p. 233, alla stessa, 18 luglio 1739.

(42) CI C. 'B', str. 3, 6-7.

(43) Lt II, p. 154, 7 ag. 1748, cf. P. Giam. PAR 112v.

(44) Cf. F. 'B', str. 3, 18.

(45) Ib.

(46) N. II, 20, 3-4.

 

Gli lascia solo uno spiraglio sottilissimo di speranza e di fede, tanto quanto è necesseario per accettare il suo stato con piena rassegnazione e fidu­cia in Lui: « ...Non mi resta altro se non che un piccolo lumino di speranza, ma piccolo bene, che ancora non mi pare spento, se no sarei affatto perduto...» (47). «Pure vi è un lumino di fede, e di speranza, ma così piccolo, che appena me ne accorgo » (48).

Ma questi stessi spiragli di fede e di speranza, mentre gli arrecano un minimo conforto, per un altro verso contribuiscono a rendere più crudele il suo martirio, perché come insegna s. Giovanni della Croce quando « da alcuni sprazzi e riflessi di luce traspare qual­che raggio divino, senza però che... sia comunicato... » all'anima, i suoi tormenti diventano più acuti (49).

L'apparente abbandono di Dio con la privazione della sua luce e delle sue consolazioni, la convinzione di essere senza fede, senza speranza e, specialmente, senza carità (50), non fanno che approfondire la sua brama di Dio: sono segreta, purissima contemplazione, la quale non è diretta a purificare le facoltà, ma solo a tenerle in croce con l'Amato (51). Fanno crescere gli sforzi di Paolo per amarlo senza misura e per possederlo. Infatti le sue facoltà, ormai di una capacità « in certo modo infinita » (52), trovano il loro unico confor­to, si placano solo nel sentirsi in croce con Gesù, condividendone la sorte straziante e l'apparente abbandono del Padre.

E' il «nudo patire e il sacro martirio d'amore... tesoro più prezioso di quello che si può mai capire, né (l'anima) si curi di capirlo, poiché è meglio patire con Gesù Cristo ed in Gesù Cristo senza vederlo né superilo o intenderlo » (53).

E' questa la partecipazione intcriore di Paolo della Croce alla Passione di Gesù, che gli fa realizzare il desiderio già espresso nel primo giorno di ritiro a s. Carlo: « Non desidero saper altro né su star alcuna consolazione, solo che desidero d'essere crocifisso con

(47) Lt I, p. 236, ad A. Grazi, 29 luglio 1739.

(48) Lt II, p. 102, al p. Fulgenzio, 10 sett. 1746.

(49) Cf. F. 'B', str. 3, 18.

(50) «La mia gran disgrazia esclama è che non vi è nel mio cuore una scintilla di vero amore di Dio... >. (Cf. Lt II, p. 220).

(51) « Dicevo al mio Gesù che mi faccia passare per patimenti... Benché sia in particolari desolazioni e tentazioni, afflizioni interiori non ini sov­viene di desiderarne sollievo... > (Cf. Dsp. 15 die, p. 71).

(52) F. 'B', str. 3, 22.

(53) Lt III, p. 817, ad A. M. Calcagnini, 21 sett. 1768.

 

c) Atrocità delle sue desolazioni

E' bene, però, scendere più a fondo e vedere le altre torture spirituali sofferte da Paolo in questa notte. La sua partecipazione intcriore alla Passione, infatti, è singolare specialmente per la sua durata e per l'inesorabilità della prova. Si può dire che rimane un po' il «mistero» nella vita del Santo. Le espressioni usate da lui per tentare di dipingere il suo mondo intcriore come già in parte abbiamo potuto vedere sono drammatiche e spaventose. E' un vocabolario tetro, esaurito forse in tutte le sue capacità di espressione per lo stato mistico delle desolazioni interiori. Eppure il Santo lo ritiene impari ad esprimere ciò che realmente soffre. Ecco alcune delle tante descrizioni della sua « notte terribile » :

« ...Io mi ritrovo in molte calamità per più capi e le acque amare entrano sempre più nell'intimo dell'anima mia; mi vedo circon­dato da ogni parte da guai, angustie, da pericoli, da timori, da spaventi, intus et foris, cioè foris pugnae intus timores. Lei esclami al Signore molto per me miserabile e per questa povera navicella non poco fluttuante, in tempeste di burrascoso mare, e tenga in sé ciò che in confidenza le dico... » (55).

« Le acque crescono, anzi inondano e minacciano di sommergermi; temo e tremo, ma confido in Dio e m'abbandono nella Ssma sua volontà e prego il dolce Gesù che liberi tutti dal miserabile mio stato, e lei dice che se potesse o le fosse permesso di desiderare qual­che cosa, bramerebbe il fortunato mio stato? Oh, che dite mai, che non ho momenti di requie! Alla destra e alla sinistra, dentro e fuor di me battaglie, spaventi, pene, angustie, che mai e poi mai potrei esprimerle, mentre sono nell'inferno inferiore, e se Dio mi liberasse potrei cantare: « Eruisti animam meam ex inferno inferiori» (56).

(54) Dsp. 23 nov., p. 53.

(55) l'I t' P - 663 ' a T - Fossi - 3 feb - 1

(56) Lt II, p. 523, a sr. Coloinha, (?). - I. P- 702.

 

<In genere gli sfoghi di Paolo sono motivati dal bisogno che sente di aiuto di preghiere, perché crede di essere giustamente castigato da Dio, e ciò lo spaventa:

« Preghi per me assai, che sono in estremi bisogni, combattuto di dentro e di fuori in uno stato il più deplorabile, perché il più imperfetto per mia colpa, essendo un albero non di balsamo, come dovrei, ma di marciume che non getta altro che puzza pestilenzia­le » (57). « Altro non mi resta che pregarla a far pregare assai Dio per me: mi ritrovo in estremi bisogni: lo faccia per amor di Dio » (58). « Mia figlia in Gesù Cristo, le voglio dar la nuova che il suo povero Padre Spirituale si trova immerso in un abisso di miserie ecc. interne assai ed esterne ancora. E sebbene l'anima mia non è mai stata sen­za croce, ora però sono in stato tale, che m'inorridisce per i grandi assalti e battaglie dei miei nemici... Non ne dica niente di ciò,' che non lo scrivo per essere compatito, no certo; ma solo acciò pre­ghi e faccia pregare per questo miserabilissimo, che si trova nel col­mo delle necessità più estreme, che maggiori non possono esse­re» (59).

«Sto in un abisso senza fondo...» (60), «Oh! se lei sapesse come sto, le verrebbe orrore! ». Ma sa riaversi quasi subito e canta che questo orrore, nella contemplazione del Crocifisso, diventa amore che conforta:

«Nella Croce sempre fisso

Mira l'alma il Crocifisso

E la forza dell'amore

Sgombra il cuor da ogni orrore » (61).

(57) Lt I, ad A. Grazi, p. 117ss, 4 ott. 1734.

(58) Lt I p 119, alla stessa, 28 ott. 1734.

(59) Lt I,' p. 122, alla stessa, 23 dic. 1734.

(60) Lt I p. 145, alla stessa, 9 ag. 1736.

(61) Lt I, p 341, alla stessa, 5 luglio (?).

 

Con Rosa Calabresi si apriva anche con più libertà: «Mi diceva i terribili abbandonamenti e le spaventose desolazioni di spirito nelle quali lo teneva il Signore, con sì alti spaventi della sua salute, che parevagli che la terra volesse ingoiarlo vivo vivo, aggiungendo che pativa trafitture di spirito che gli davano dolori di spasimo, pressure angustiosissime, onde non poteva, come egli diceva, più alzare la testa né più risorgere. Anzi mi ricordo che una volta mentre con­feriva con me, e che nello stesso tempo era angustiato da tali desolazioni e pene di spirito, mi diceva : ' ' Figlia, chi sa se domani mi ci troverete, perché temo che il Signore mi abbia da far sommergere dalla terra..." » (62).

«M'aiuti, P. Rettore mio, implora dal p. Fulgenzio quoniam magis ac magis intraverunt aquae usque ad animam meam. Mi trovo carico di affari da ogni parte, senza lume, senza spirito e pche forze corporali ancora. Oh Dio! quanto è sdegnato S.D.M. contro di me! Spero però nella sua Passione e misericordia. Vivo sempre pieno di timori intus et foris, e più fo per farli sparire, e meno fo. Sto sotto la pesante sferza: preghi e faccia pregare S.D.M. che salvi questa povera anima mia... » (63).

Ritrovandosi « in lacu inferiori, in tenebris et in umbra mortis » supplica caldamente: « miseremini mei, miseremini mei, saltem vos servi Dei, acciocché Dio mi abbia misericordia e mi salvi questa povera anima » (64).

 

Si vede castigato da Dio come Gesù durante la Passione.

Il dramma di Paolo si acuisce sempre più, perché alle desolazioni si aggiungono anche il peso e lo spavento del castigo di Dio che sembra schiacciarlo. Egli lamenta la sua raccapricciante condizione, dicendosi « sempre più bisognoso », « sepolto sempre più nell'abisso delle sue miserie e sotto la sferza del castigo di Dio... » (65).

'Convinto della tremenda realtà, cioè di essere « sempre più sotto la sferza dell'ira di Dio onnipotente... », invoca preghiere per la salvezza della sua anima (66).

(62) R. Calabresi POR 1972r-v

(63) P - 182 ' ^ p - Fulgenzio, 8 marzo 1749.

(64) p- 161> ial p - Giammaria, 25 luglio 1757

(65) P - 268 ' ** A - Grazi - 3 a P r - "41.

(66) Lt I, p. 310, alla stessa, 23 agosto (?).

 

Alla Grazi, che prega intensamente per il suo Direttore, manifesta più diffusamente le angosce della sua anima: «Lei desidera saipere come sto: sappia che sto sempre sepolto nell'abisso dei miei mali e sotto la sferza dei più tremendi castighi di un Dio adirato contro di me, e temo e fortemente temo della mia eterna salute, sebbene spero nella misericordia infinita di Dio. Lei preghi per me come per gli altri poveri peccatori e non più; solamente lo faccia con più efficacia come il più abbandonato e bisognoso... Io mi trovo in uno stato che può far tremare di spavento il mondo tutto, dal quale prego 'S.D.M. ne liberi ogni creatura » (67).

Veramente un peso immane lo paralizza, l'opprime, causando nel suo spirito « ...spaventi ed angustie... » e nel suo corpo « ...tante tempeste ed indisposizioni...» che senza un «gran miracolo» teme, di diventare inabile a tutto e di scendere presto « in sepoltura » (68). Vedendo Dio « assai sdegnato » con lui, desidera perfino ritirarsi da ogni affare importante e vivere occultissimo a tutti: « ...Vorrei seppellirmi agli occhi di tutti, per dispormì meglio alla morte, che temo assai, assai... » (69).

Sono proprio le trafitture di queste pene che gli consentono però, di valutare qual'è il puro patire, meta di anime grandi: «Lei si lamenta a torto risponde alla Grazi con dire che ha delle croci, dei patimenti. Mi creda che lei non sa cosa sia patire. Dio la guardi di avere una sola giornata di quelle, che prova una povera anima, che non posso nominare... » (70). In queste tenebre terribili è ricorrente soprattutto il timore della sua salvezza: «Preghi S.D.M. che mi castighi con misericordia e mi salvi l'anima che tanto gli costa, che temo con gran fondamento di perderla» (71); « Sto in gran pericolo! temo con fondamento di perdermi eternamente! » {72).-

(67) 2, alla stessa, 22 luglio 1741

 

« Tremava da capo a piedi attesta il Confessore per lo spa­vento di dannarsi, e dir soleva che si sarebbe eletto di stare in purgatorio sino alla fine del mondo, perché un giorno sarebbe andato a vedere il suo caro Dio» (73).

Paolo si dipinge come « un povero naufragante, che in notte buia, attaccato ad una piccola tavoletta in mezzo alle onde tempestose, aspetta di bere a momenti la morte... » (74) oppure come « un povero naufrago al quale, rottosi il vascello, se ne sta sopra una tavola dello sdrucito naviglio, che ad ogni onda e urto teme e paventa d'affondarsi » o, infine, si pragona a « un condannato alla forca, che di momento in momento sta aspettando con batticuore d'esser portato al supplizio » (75). Immagini drammatiche, come si vede, con le quali riesce ad esprimere un po' la sua esperienza dolorosa.

Non fa meraviglia che fosse atterrito, soprattutto per la durata della prova. Diceva, infatti, in confidenza al suo Direttore: « Son circa cinquantanni che non mi ricordo di aver passato neppure un giorno senza travagli... Di alcune anime si legge che sono state in queste desolazioni e abbandoni spirituali cinque, dieci, quindici anni, ma in me... Non bisogna che vi pensi che mi inorridisco... » (76). « Spesso sin nel dormire... peno e tremo tutto quando mi sveglio, e ciò però sono degli anni che spesso sono in questo misero stato... » (77).

(73) P. Giammaria POV 298v, p. 127.

(74) Lt I, p. 586, a T. Fossi, 6 ag. 1749.

(75) p. Giammaria POV 299r-v, p. 127.

(76) P. Giammaria POV 298, p. 126.

(77) Lt H, p. 102, al p. Fulgenzio, 10 set. 1746.

 

Niente e nessuno riesce a consolarlo.

E' comprensibile, pertanto, se in tale stato non riuscisse in al­cun modo a sollevare il suo spirito. Ce ne assicura il Confessore: « Nel colmo di tali desolazioni niente lo consolava, niente davale sollievo, ma tutto gli cagionava noia e fastidio ». Perciò il buon padre preferiva parlargli di qualche cosa indifferente come un diversivo per distrarlo, «giacché ristesse parole di conforto gli accrescevano maggiormente la pena, dicendo qualche volta le parole del profeta Geremia: " conclusit vias meas lapidibus quadris, semitas meas

subvertit" (Lam. 3, 9). E spessissimo quelle del profeta Eziechiele: " carmen, lamentationes et vae" (2, 9)» (78).

« La mia condotta interna gemeva Paolo è sì oscura e tenebrosa e sì intrecciata dai timori e avvilimenti, che non trovo in verun libro da potermi consolare, né che sia abile a quietarmi. Leggo il trattato mistico del Taulero: qui ci trovo qualche cosa, ma non tutto; sicché nel mare delle mie tempeste, in cui mi trovo affondato, convien che stia » (79). « Di me altro non le posso dire, se non che devo esclamare: salvum me fac, Deus, quoniam intraverunt aquae usque ad ammani meam.. » (80).

Affranto da questi terrori misteriosi, Paolo rifiutava ogni con­forto, perfino dagli intimi solleciti di rincuorarlo; e lo rifiutava so­prattutto perché si vedeva impotente a riceverlo. Alla Grazi, infatti, che tentava di rassicurarlo sul suo stato dicendolo ottimo, risponde seccamente: «Gli effetti sono contrari... Non mi parli più di tali cose, che accresce pena a pena, ed io non credo niente affatto, ma niente; e ne provo nausea e afflizione ecc. » (81).

Talvolta appariva talmente abbattuto che temeva di non farcela più e di soccombere sotto le angustie. Allora supplicava:

« ...Preghi per me, che sempre sto nelle acque fino alla gola, et non plus ultra, e sarà miracolo grande se vivo ancora un poco; così merito, anzi è nulla... » (82). « Io duro fatica a scrivere... poiché le acque amare sono entrate ed entrano sempre più nell'anima mia... » (83). « ...Mi ritrovo in acque amare profondissime e vi sono sin più della gola; preghino per me, acciò salvi questa povera anima... » (84). « Io sono carico di lettere e nelle acque amare sino alla gola, anzi fino alle labbra, ed è un miracolo della misericordia di Dio che non mi affoghino... » (85).

(78) P. Giammaria POV 299, p. 127.

(79) P. Valentino POV 883, p. 399.

(80) Lt I, p. 721, a T. Fossi, 7 feb. 1761.

(81) Lt I, p. 331, 12 ot. (?).

(82) Lt I, p. 614, a T. Fossi, 15 marzo 1572.

(83) Lt I, p. 653, allo stesso, 24 mag. 1755.

(84) Lt I, p. 715, allo stesso, 3 marzo 1760.

(85) Lt I, p. 720. allo stesso. 9 dic. 1760.

 

Forse un'idea di ciò che Paolo soffriva ce la può dare l'esperienza fatta da Lucia Burlini. Costei conoscendo le pene del suo Direttore, lo raccomandava caldamente a Dio. Un giorno pregò il Signore di farle provare « le pene interne che soffriva il P. Paolo. Si sentì subito da pena ed affanni tali e sì intensi assalire, che essa non sa esprimere, e l'oppressero in tal 'guisa l'umanità che se non andava ad appoggiarsi ad un muro vicino, non sarebbe potuta reggere e sostenere... ». Quando rivide Paolo gli manifestò il successo di questa esperienza. E Paolo rispose: « Se queste pene da voi sofferte di passaggio produssero un tal effetto, or figuratevi che sia di me che sono anni ed anni che le soffro, non di passaggio, ma stabilmente » (86).

Nonostante descrizioni così vìve, a volte a tinte fosche e spaventose, non siamo in grado di precisare cronologicamente le even­tuali fasi della prova, il suo alternarsi o rincrudirsi. Solo qualche accenno di Paolo ci permette di dire che le sue desolazioni sono cresciute con gli anni progressivamente « come... le tenebre nell'inoltrarsi della notte » (87). Altro dato certo e molto significativo è che esse lo trasfiggevano più sensibilmente il giorno di venerdì, quando « ...S.D.M. aggravava più del solito la sua mano sopra di lui, e con pene interne sì atroci e con abbandoni sì fieri, che faceva compassione il vederlo... » (88). In una lettera datata l'otto agosto 1752 Paolo accenna ad un aggravarsi notevole del suo stato, proprio quando si trattava di rassodare la fondazione della Congregazione della Passione: « ...Mai in vita mia (sebbene la medesima è stata tutta travagli), mai però mi sono trovato in una tribolazione e bisogno come da tempo in qua, specialmente per un evento, che mi fa prevedere gran travaglio e grande oppressione a tutta la Congregazione» (89). Ma restando una notizia priva di altri particolari non è lecito inferirne osservazione di rilievo.

Ci fermiamo, invece, un attimo sulla similitudine usata dal Santo, che ci sembra molto appropriata e rispondente al suo caso: cioè che nell'arco di circa 50 anni le sue pene intcriori sono cresciute come l'infittirsi delle tenebre di una notte.

(86) P. Valentino POV 883r-v, p. 399.

(87) P. Giammaeia POV 298, p. 127.

(88) P. Giuseppe POR 1554.

(89) Lt II, p. 824, a don G. A. Lucattini, 8 ag. 1752.

 

Allora è lecito chiederci: esse perdurano fino alla morte del Santo? No. Sappiamo, infatti, che le tenebre di questa notte oscura diradano, lasciando il posto a un'aurora meravigliosa negli ultimi mesi del 1775, quando Paolo gode un saggio della « visione » prima di approdarvi (90).

Benché tìsicamente fosse « crocifisso » [« ...in tutto il corpo non aveva libero dal dolore quanto sia lo spazio di quattro dita...» (91)], tuttavia i Processi parlano di una grande pace e serenità di spirito, quasi di un anticipato ci'elo, ricreato da prolungate estasi con levitazione o senza e rischiarato da altissime visioni (92).

Questi da noi riferiti non sono che degli accenni, come la penna del Santo ci ha consentito di raccogliere e testimoni suoi intimi degni di ogni fede, ce ne hanno detto qualcosa, pur non capendo tutta la sua tragica esperienza.

Dopo tutto questo non crediamo per nulla esagerato l'appellativo dato a Paolo della Croce di « Principe dei desolati » (93).

 

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