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CAPITOLO TERZO

NOTE PECULIARI DELLA CONTEMPLAZIONE SULLA PASSIONE

 

Dopo la quaresima di Castellazzo l'itinerario contemplativo di Paolo prosegue a ritmo intenso nel suo alternarsi di pungenti purificazioni e di contatti estasianti con lo Sposo (1). Infatti ha tutto l'agio nei vari romitori prima (2), nei ritiri e nelle peregrinazioni apostoliche poi e ovunque sempre (3) di immergersi nella contemplazione del Crocifisso, « suo conforto... suo riposo... suo tesoro » e dove trovava « la fucina celeste, in cui il suo cuore tanto si infiammava dell'amore del suo Dio» (4).

Ciò premesso, non è difficile constatare che le ascensioni spirituali avute successivamente da lui, siano state proporzionali ad una contemplazione sempre più elevata e trasfigurante, che Dio comunicava al suo spirito (5).

(1) Cf. P. Giammaria POV 140, p. 46.

(2) Tali romitori li conosciamo così in ordine di tempo: Trinità da Lungi e S. Stefano a Castellazzo (Fr. Francesco POR 1045v), Maria SS. della Catena a Gaeta (Ib. 1053v-4), il Santuario della Civita (Itri) e l'Annunziata e S. Antonio sull'Argentario (F. Pieri POR 546).

(3) P. Giuseppe POV 1390-2, p. 633; Fr. Francesco POR 1053r-v; Fr. Bonaventura POV 687v, p. 310; L. Z. Jacobuzzi POV 1224v-5, p. 551s; Fr. Vittorio, POV 632, p. 283.

(4) Cf. Strambi, o. c, II, e. IX, p. 277s.

(5) E' chiaro allora che « il frutto delle sue fatiche apostoliche (era) più parto delle lagrime sparse ai piedi del Crocifisso... che (del-) le parole dette sul palco... > (Fr. Franc. POR 1047). Paolo, infatti, era convinto che la contemplazione è la < gran disposizione... per la conversione delle genti » (Lt. III, p. 174, al p. Giara., 13 set. 1759) e riconosce all'anima contem­plativa una potenza di intercessione straordinaria sul cuore di Dio (cf. Lt II, p. 462). Ed egli era il primo a immergersi nella preghiera. Ai piedi del Crocifisso abbracciava spiritualmente le anime e le tuffava nelle sue Piaghe sanguinanti, dove scorre « acqua di vita eterna » (Lt III, p. 732), e si immolava per esse con una mortificazione eroica. Pertanto, non sorprende il successo strepitoso delle sue Missioni: esse irradiavano la sua contemplazione..., talmente impregnata delle pene di Cristo da accenderne la devozione nei cuori.

 

1. La presenza di Cristo crocifisso

Ora tale contemplazione, così ricca e prolungata, si nota subito caratterizzata dalla presenza del Verbo crocifisso, e si vede dispiegarsi in tutto il suo itinerario, fino all'unione trasformante e ai cinquantanni di desolazioni, nella luce della Passione, dell'Umanità sofferente del Verbo incarnato. Questa peculiarità ha bisogno di essere sottolineata, perché costituisce uno dei capisaldi della sua mistica, la quale, proprio attraverso la traiettoria passiocentrica, mai persa di vista, attinge i vertici della contemplazione più pura e beatificante.

Non è solo una dolce esperienza del Santo; ma diviene per mezzo di lui una «scuola», una «spiritualità» quella della Passio­ne e che permette di salire senza inganni e con facilità a un'alta contemplazione. La penna di Paolo su questo punto ci ha lasciato preziosi insegnamenti, i quali sono, indubbiamente, i riflessi cristallini della sua anima di Padre e Maestro della Mistica del Cal­vario.

Già abbiamo visto il sublime rapimento nell'ultimo giorno del ritiro di s. Carlo: l'altissima visione intellettuale che gli spalanca il « modo » con cui l'anima si unisce per amore alla Umanità del Verbo e, per mezzo di questa, alla Divinità, presente nell'unica Persona di Gesù.

Il Magistero di Paolo parte da questa ineffabile esperienza e ne viene segnato profondamente. Gli sviluppi susseguenti si dispiegheranno sulla stessa linea contemplativa: saranno principi e deduzioni pratiche promananti da essa, vista sempre più chiara a seguito di 'ulteriori e più deliziosi favori divini.

 

a) Gesù crocifisso, « porta deifica »

Paolo, innamorato della bellezza nascosta dell'Umanità soffe­rente di Gesù, è stato attratto da essa al Padre (6). Vi ha scorto allora, una «via», la più sicura per immergersi in Dio e vivere «vita deifica, vita d'amore e vita santa... » (7).

(6) Cf. Gv. 1, 18; 14, 6.

(7) Lt I, p. 641, a T. Fossi, 22 giugno 1754.

Alla luce della singolare esperienza di s. Carlo, l'Umanità pa­ziente del Verbo diventa la « porta » che immette in contatto beatificante con la Divinità. L'ingresso « par la porta che è Gesù Cristo e la sua Ssma Passione » (8), oltre che affascinante, è obbligatorio, indispensabile per accedere a Dio. Per il Santo Gesù sofferente rimane sempre la « via » vera, sicura, raggiante, perfino negli stati mistici più elevati.

Di qui trabocca il suo insegnamento ricco e originale.

L'anima contemplativa avverte « sia obbediente alle attrattive dello Spirito Santo, non si scordi però di passare per la porta per entrare in orazione: la porta è Gesù Cristo. Ego sum ostium ecc. (cf. Gv. 10, 7). Passi dunque per questa divina porta per mezzo dei misteri sacrosanti della sua Ssma Passione; e se in tal forma S.D.M. abissa il suo spirito nell'immensa sua infinita Divinità, lo lasci pure abissare e riceva quelle impressioni che le saranno date » (9).

Anzi è tanto necessaria « ...tal memoria della Passione Ssma di Gesù Cristo con l'imitazione delle sue sante virtù [che] non si deve lasciare, abbenché vi fosse il più profondo raccoglimento ed alto dono di orazione » ; perché spiega proprio « essa è la porta che conduce l'anima all'intima unione con Dio, all'inferiore raccoglimento ed alla più sublime contemplazione » (10). Se è così e il Santo lo ripete le mille volte l'orazione si deve fondare sempre «sopra i Divini Misteri della Santissima Vita e Passione di Gesù... che questa è la via sicura... Mai si deve lasciare questo Divino Esemplare di Gesù Appassionato. Ego sum via, veritas et vita, nemo venit ad Patrem nifi per me (Gv. 14, 6), dice lo stesso Maestro Divino» (11).

L'anima immerga pure la « goccia del suo spirito nel mare immenso della Divinità; ma... in Cristo Gesù, sempre unita in spirito, senza immagini, alla Ssma sua Passione » (12). Insomma, solo «passando... per la porta deifica, che è Cristo Crocifisso facendosi proprie le di Lui pene amarissime », potrà liberamente « ...perdersi ed abissarsi nell'infinito tutto... » (13).

(8) Lt II, p. 808, a don G. A. Lucattini, 25 maggio 1751.

(9) Lt III, p. 511, a sr. C. G. Gandolfi, 2 marzo 1763.

(10) Lt I, p. 582, a T. Fossi, 5 luglio 1749. Jll) Lt I, p. 615, allo stesso, 30 maggio 1752.

(12) Lt II, p. 522, a sr. C. G. Gandolfi, 4 nov. 1746.

(13) Lt III, p. 156, al p. Giammaria, 15 giugno 1757. Nel linguaggio del Santo anche le piaghe di Gesù, a volte, sono chiamate divine porte: « In questo sacro deserto (del raccoglimento anteriore) vi si entra per le divine porte delle Piaghe SSjne di Gesù nostra vita » (Lt III, p. 193, a sr. Maria G. T. di Gesù B., 14 luglio 1753): « ...Procuri di entrare in questa sacra solitu­dine interiore per le porte divine delle Piaghe SS.me di Gesù... » (Lt III, p. 66, ad una Religiosa, 24 luglio 1750; cf. anche Lt III, al p. Giammaria, 12 giugno 1753).

 

Dai passi riferiti emerge chiaro il pensiero del Santo: l'anima contemplativa, pur sempre disposta a rimanere passiva e docile alle attrattive dello Spirito Santo, per evitare inganni, deve passare attraverso la mediazione di Cristo crocifisso, « porta deifica », « via sicura», che mette in contatto con la Divinità. Solo quando lo Spirito Santo dalla contemplazione dell'Umanità straziata del Redentore l'innalza e la fa penetrare nella «Divinità, comunicandole le « divine impressioni » le quali non possono essere altro che « tocchi sostanziali di unione » (14) che Dio concede con sovrana libertà (15) allora vi si abbandoni passivamente e le riceva con riconoscenza co­me un dono gratuito.

Ciò sottolinea che per il Santo l'Umanità di Gesù è di capitale importanza. Perciò egli con urgenza quasi con una certa giustificabile preoccupazione (16) chiede alle anime contemplative se vi rimangano in contatto e si lascino guidare da essa: «...Bramerei ancora sapere scrive a sr. Colomba se l'anima faccia il suo alto volo in Dio, con ali di fede e di fuoco di amore e se questo volo si faccia passando per la porta, che è Cristo Signor Nostro, abissandosi nel mare della sua Ssma Passione, che è la più grande e stupenda opera del divino amore » (17).

(14) Cf. S., II, 32, 4.

(15) (15) Cf. ib., 26, 12.

(16) Ciò si spiega anche per le correnti pseudomistiche (ad es. il Quietismo) serpeggianti nel s. XVIII e che egli tristemente constatava...

(17) Lt II, p. 499, 21 agosto 1756.

Con « l'alto volo in Dio », fatto con « ali di fede e di fuoco d'amore», Paolo allude alle missioni invisibili del Figlio all'intelletto e dello Spirito alla volontà, che Dio Padre invia in un unico atto semplicissimo contemplativo, rischiarando l'intelletto con la luce del Verbo e infiammando la volontà con il fuoco dello Spirito Santo (18)- Ma « tale alto volo » contemplativo, oscuro e generico, è genuino e rassicura Paolo solo se avviene passando per la «porta», che è Cristo, e scaturisce dalla contemplazione sulla Passione.

Inutile trovare, a sostegno del suo insegnamento, una ragione più forte di quella che già lo ha folgorato a s. Carlo: « ...Stando tut­ta unita a quell'Umanità Ssma di Gesù Cristo, vero Dio, non può a meno l'anima di non abissarsi tutta nell'Infinito Oceano della Divinità » (19).

 

b) Presenza in « pura fede »

II Santo però, si rende conto che l'Umanità del Verbo, interme­diaria, «porta» indispensabile all'unione con Dio, non sarà sempre pre­sente allo stesso modo nella vita di orazione, soprattutto nelle sfere contemplative più alte. Infatti se «è cosa ottima e ssma il pensare alla Ssma Passione del Signore, il far orazione sopra l'istessa », perché « questo è il modo di arrivare alla santa unione con Dio », tuttavia «non sempre l'anima puole fare in quel modo che faceva al principio, e però bisogna secondare gli impulsi dello Spirito Santo e lasciarsi guidare come vuole S. D. M. » (20).

Solo quando lo Spirito Santo innalza in una sfera superiore, bisogna lasciarsi guidare, abbandonarsi all'azione di Dio passivamente. Ma nessuno di propria iniziativa può allontanarsi dal Mediatore.

Se è così, allora l'intervento divino sottrae dalla mediazione dell'Umanità di Gesù? Per nulla; innalza soltanto l'anima a contem­plarla in una maniera nuova e più spirituale.

Dunque, c'è un altro modo di presenza dell'Umanità nel cammino dell'orazione. E' la presenza in « pura fede » attuata dallo Spirito Santo. Egli proprio nella fede oscura comunica all'anima « l'intera Sapienza di Dio, cioè il Figlio suo » (21).

(18) Cf. F., 3, 49.

(19) Lt I, p. 283, ad A. Grazi, 26 mag. 1742.

20) Lt I, p. 43 s., a M. Della Scala del Pozzo, 3 gen. 1729 (21) S. 2, 29, 6.

 

Gesù è presente lo stesso, anche se l'anima non l'avverte più psicologicamente attraverso le sue potenze. In altre parole: l'anima perde il « suo modo » di contemplare e di amare Gesù appassionato e ne acquista uno nuovo, che è quello dello Spirito Santo. Gesù sofferente, allora, lo ritrova nel suo spirito, l'ama e lo sente nella verità: nella luce e nell'amore infusi dallo Spirito Santo. E questa non è una pèrdita, nel caso è una « felice perdita » (22) e un guadagno grandissimo. Gesù allora lo ama e lo conosce alla maniera di Dio stesso.

Per questo il Santo insiste tanto: «Si ricordi che questo divino lavoro per essere sicuro conviene che passi per la porta che è Cristo Signor Nostro e la sua Ssma Passione... la quale mai deve perdersi di vista, secondo però la divina operazione, a cui l'anima deve es­sere fedelissima in ubbidire interiormente... » (23). Altre volte dice: «L'orazione si deve fare non a modo nostro, ma dello Spirito Santo, che ne è il Sovrano Maestro » (24), « senza immaginative, in pura fede e con santi afTetti ecc. » (25). « Sia ubbidientissima alle attrattive amorose dello Spirito Santo » (26). Cioè, bisogna contemplare « in fede d'amore... » (27), « in pura e nuda fede oscura » (28). « Oh ! questa sì, che è la vera via : la fede oscura, guida sicura del Santo Amore » (29).

In questa contemplazione « il lavoro (è) tutto divino (30). Lo fa lo Spirito Santo, il quale, essendo Spirito di Gesù (31), non lo sostituisce, non lo eclissa, ma lo rivela, lo fa conoscere come lo conosce Lui: fa penetrare l'anima nei suoi misteri; ma, perché essa è viatrice, sarà necessariamente una conoscenza nell'oscurità della fede, in spirito e verità, l'unica che realizza l'unione con Dio, purissimo spirito.

(22) Vita 22, 9.

(23) Lt II, p. 489, a ,sr. Colomba, 13 luglio 1756

(24) Lt II, p. 808, a don G. A. Lucattini, 25 mag. 1751.

(25) Lt III, p. 66, ad una Religiosa, 24 luglio 1750 26) Lt II, p. 496, a sr. Colomba, 3 agosto 1756

(27) P. GiammaRia POV 385 v p 136

(28} Lt III, P . 399, a T. Palozzi, 6 marzo 1765.

(29) Lt I, p.137, ad A. Grazi, 26 aprile 1736. .

(30) P. Giammaria POV 435 p 161

(31) Rom. 8, 9; Gai. 4 6

 

Anche nell'aridità contemplativa, nelle « notti » oscure, per il Santo, Gesù è presente, rimane sempre la «porta», la «via». Allora la sua presenza è nascosta, semivelata, in penombra; ma l'anima non può non avvertire, almeno in qualche modo, il suo fruscio indistinto: allora essa lo sentirà attraverso il «balsamo soavissimo» della sua Passione (32) che la conforta nelle sofferenze dolorose delle purificazioni : allora si specchierà « nel Crocifisso, la cui Ssma Vita fu tutta Croce... » (33), gli parlerà « in spirito » (34), ravvivando « dolcemente la fede con qualche slancio amoroso in Dio e con qualche dolce colloquio sopra la Ssma Passione di Gesù Cristo, e poi se­guiterà il suo riposo in Dio con fede e amore » (35).

« Questi colloqui avverte Paolo devono essere fatti soavissimamente, senza sforzi di spirito, in pura fede, senza cercare im­maginativa, e se in questo tempo si sente che il cuore si riempe di pace, di compassione o altro sentimento, secondo Dio vorrà, si fermi così, tutta raccolta in Dio come un'ape sopra al fiore e succhi il miele del S. Amore in divoto silenzio... » (36).

L'anima accetterà il suo stato per amore del suo Sposo crocifisso che la tiene inchiodata alla sua Croce. Perciò « deve proseguire a star crocifissa con Cristo in quel nudo patire e sacro martirio d'amore ed essere molto grata al Signore, poiché è questo un tesoro più prezioso di quello che lei può capire, né si curi di capirlo, poiché è meglio patire con Gesù Cristo ed in Gesù Cristo senza vederlo né saperlo e intenderlo » (37).

Allora è meglio per l'anima che stia « nella sua nudità e pover­tà, anzi nel suo vero niente, con modo passivo e solamente attenta con la parte più sublime dello spirito al Sommo Bene con qualche occhiata amorosa di fede all'Infinito Amore Iddio, come una sposa fedele amante... per non mirare e amare altro che il Re suo Sposo» (38).

Come si vede, la mediazione dell'Umanità Ssma del Verbo, la presenza di Cristo Uomo è ricorrente, insistente nelle Lettere di Paolo, talora sembrerebbe noiosa a qualcuno, ma non a lui che ne capiva la insostituibile necessità per accedere a Dio. E tale necessità la vedeva più urgente nelle « notti », che solo Cristo crocifisso fa accettare e riesce a giustificare.

(32) Lt I, p. 693, a T. Fossi, 3 giugno 1758.

(33) Lt IV. p. 86, a fr. Lorenzo, 22 nov. 1758.

(34) Lt I, p. 144, ad A. Grazi, 9 agosto 1736.

(35) Lt III, p. 362, a T. Palozzi, 13 luglio 1757.

(36) Lt I, p. 44, a M. Della Scala del Pozzo, 3 gen. 1729.

(37) Lt III, ,p. 817, ad A. M. Calcagnini, 21 set. 1768.

(38) Lt II, p. 509, a sr. Colomba, 26 giugno 1762.

 

Allora Gesù con la sua Passione sorregge l'anima nella pazienza e nella speranza; il suo esempio la guida nelle tenebre. Il suo silen­zio e la sua mitezza nel soffrire hanno un'efficacia unica: «...'Si ricordi che Gesù scrive nella sua Ssma Passione stava in silenzio ]esus autem tacebat (Mt 26, 6). Oh, silenzio divino! Oh, sacrosanto silenzio ricco di quella pazienza che opus perfectum habet (Giac. 4, 4)! Oh, silenzio Ssmo, custode fedelissimo del tesoro delle virtù » ! (39).

Paolo si premura, perciò, di richiamare, soprattutto alle anime contemplative, la Passione per lanciarle verso le vette e per evitare facili abbagli negli assorbimenti : « Sia fedelissima ribadisce a sr. Colomba in non fidarsi di sé, stia sempre nel sacro deserto interiore, tutta vestita in fede di Gesù e delle sue pene... » (40).

« Oh qui sì che non v'è inganno » !, la rassicura (41).

Questo metodo così efficace ed alieno da illusioni e che costituiva il suo abituale insegnamento alle anime avanzate, era anche il respiro della sua anima. Al p. Giammaria così scrive: «...In mezzo delle quali (occupazioni) conviene fare frequenti e se si puole mi­gliaia di volte al giorno fuggite di amore e di fede, in spiritu Dei, poiché quando l'anima si nasconde nell'abisso della Divinità nulla la può toccare né muovere. Tali fuggite si fanno passando per la porta che è Gesù Cristo, idest per Vulnera Christi, e tutto in fede di amore... » (42).

Su questo punto così proprio e caratteristico del Santo si fermano con notevole interesse anche le testimonianze dei Processi, suffragando ampiamente il fin qui detto.

(39) Lt II, p. 812, a don G. A. Lucattini, 7 agosto 1751.

(40) Lt II, p. 489 s., a sr. Colomba, 13 luglio 1756; cf. II, p. 477.

(41) Lt II, p. 501 s., 4 set. 1756.

(42) P. Giammaria POV, 385v, p. 136. Le « fuggite di amore e di fede... » sono le celebri introversioni di spirito, che fanno rinascere l'anima « ogni mo­mento a nuova vita di carità nel Divin Verbo, che sempre ascolta ed ama » (Lt II, 725). Si noti l'acuta e precisa penetrazione teologica; l'anima ri­nasce a nuova vita nel Divin Verbo. Solo il Figlio nasce (Cf. S. Th. I, q. 34, a. 2 ad 3) e solo in Lui l'anima rinasce « a nuova vita di amore ». Quindi nel Verbo attinge anche lo Spirito di cui Egli è la fonte e me­diante il quale santifica le anime.

 

E' opportuno addurne qualcuna delle più significative per pro­vare ulteriormente che proprio la Passione era il punto focale della contemplazione del Santo. Da questa « sapientia Crucis » scaturiva, noi, tutto il suo insegnamento diretto ad incamminare le anime alla più alta unione con Dio

« Mai dettava afferma sr. M. C. Serafina l'orazione men­tale che non entrava per la porta dell'Umanità Ssma di Gesù, unita alla Divinità con un misto mirabile, con sentimenti (sì) elevati, sottili e sublimissimi, che non so esprimerli... » (43).

Particolarmente attendibile la testimonianza del sac. G. Sisti: « Riconobbi dai suoi detti che nelle materie spirituali e mistiche aveva una gran capacità ed esperienza, esortandomi sempre ad incam­minare l'anime, che io dirigevo, per la dritta strada e farle entrare a Dio per la porta sicura che è l'Umanità Ssma di Gesù Cristo, di­cendo sempre: Nella Passione di Gesù Cristo non v'è inganno; chi se l'intende con il Crocifisso non piglia errore » (44).

Il Confessore ci assicura che anche Paolo nelle sue altissime contemplazioni seguiva questa via: « ...In certa occasione mi disse che l'esercizio della sua orazione si era il vestirsi delle pene di Gesù » (45). Ma, o non capendo o giocando santamente di astuzia, richiese al Santo delle spiegazioni. E Paolo cercò di esporgli in scritto qualche punto della sua contemplazione sulla Passione. E' una pagina stupenda che ricalca le prime esperienze mistiche di s. Carlo: «Il punto che V. R. non capisce, di farsi sue per opera di amore le pene santissime del dolce Gesù, quale lo farà capire S.D.M., quando le piacerà. Questo è un lavoro tutto divino e l'anima tutta immersa nell'amor puro, senza immagini, in purissima e nuda fede (quando piace al Sommo Bene) in un momento si trova pure immersa nel mare delle pene del Salvatore e, in un'occhiata di fede, le intende tutte senza intendere, perché la Passione è opera tutta d'amore, e stando l'anima tutta persa in Dio, che è carità, che è tutto amore, si fa un misto d'amore e dolore, perché lo spirito ne resta penetrato tutto, e sta tutto immerso in un amor doloroso e in un dolore amoroso ».

(43) POV 995v, p. 452.

(44) POV 73, p. 16.

(45) P. Giammaria POV 435, p. 161.

 

il'l Santo stesso si affretta ad aggiungere che si tratta di una cosa ineffabile e perciò intraducibile a parole ; « Opus Dei ! qui non si pesca se il Sommo Signore non l'insegna. Mi sono spiegato bal­bettando, ma nulla ho detto: nulla, nulla, nulla...» (46).

Va da sé che s. Paolo della Croce così saldamente legato alla Umanità Ssma e sofferente del Verbo mai valicò l'ortodossia in cam­po mistico, pur vivendo in un secolo tanto sconvolto dal Quietismo.

Per questa « via regia » non subì neppure l'abbaglio passeggero di s. Teresa, la quale speciosamente ingannata da certi consigli di alcuni dotti (!) lasciò per qualche tempo l'Umanità di Gesù per deliziarsi nel raccoglimento passivo (47). Cosa questa che 'le causerà molto dolore, perché, perdendo di vista Gesù, il Mediatore, non aveva più progredito; anzi si era smarrita, e la sua anima « ...pareva un uccello che svolazzasse senza trovare ove riposarsi » (48).

 

c) Fondamento teologico (49).

La ragione teologica della necessità dell'Umanità di Cristo anche nella vita contemplativa si fonda sulla sua Mediazione universale. Nella presente economia divina dopo il disastro originale « Unico (è) il Mediatore tra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù» (50).

'Gesù, pur rimanendo « in sinu Patris » (51), è diventato anche Verbo incarnato (52). Egli è « il sommo Sacerdote necessario per noi, santo, innocente, immacolato, segregato dai peccatori... » (53)

(46) Idem ib. 435r-v, p. 161 s.

(47) Ct. VI Mansioni, c. VII, p. 908; Vita, e. XXII, 3 e 4, p. 212.

(48) Cf. VI Mansioni, c. Vili, 15, p. 908.

(49) Ci sia consentito qui di ampliare il discorso quasi come premessa. Con questo crediamo di non andare lontano dal sentire del Santo, il quale nelle sue Lettere riporta fedelmente o riecheggia, parafrasando, i testi biblici che noi andremo esponendo. Di alcuni di essi più significativi annoteremo il rimando alla lettera del Santo dove vengono usati. Si de­liziava soprattutto nelle Epistole di s. Paolo Apostolo, che amava chiamare " il mio caro S. Paolo » e verso cui nutriva « una devozione particolarissima » (Fé. Francesco POR 1034).

(50) 1 Tini. 2, 5; Cf. Ebr. 8, 6; 9, 15; 12, 24.

(51) Gv. 1, 18; cf. Lt II, 471, 760; I, 617.

(52) Gv. 1, 14.

(53) Ebr. 7, 26; cf. Fr. Bartolomeo POR 2368v.

che rappacifica «mediante il Sangue della sua Croce tutte le cose...» (54). E' in Lui, fatto «peccato» per noi, che diventiamo «giustizia di Dio» (55). Solo attraverso la mediazione della sua Umanità ci pervengono « frutti di giustizia » (56).

E' Gesù, pieno di grazia e verità (57), che ci fa conoscere il Pa'dre (58). La sua pienezza ci ricolma di ogni bene: «grazia sopra grazia» (59).

Il Padre stesso ce lo presenta come suo Figlio diletto che dobbiamo ascoltare (60). Infatti Egli è la « via, la verità e la vita » (61), è la porta dell'ovile: solo chi passerà per lui sarà salvo (62). Solo chi mangia la sua carne e beve il suo sangue ha la vita divina in se '(63). Solo chi è innestato in Lui, vera Vite, porta molto frutto (64).

Essendo l'immagine di Dio invisibile (65), chi vede Gesù vede anche il Padre (66), perché Egli è nel Padre e il Padre è in Lui (67).

Perciò, nessuno può andare al Padre se non per mezzo di Cristo (68). Pensiero sublime che s. Paolo A. riassume magistralmente: « ...Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (69).

Anche s. Pietro tiene lo stesso linguaggio quando afferma che Gesù, pietra scartata dai costruttori, è diventata testata d'angolo e solo in Lui si trova la Salvezza (70).

Ma la insostituibile mediazione di Cristo per accedere al Padre come in parte si è potuto vedere è particolarmente presente in s. Paolo Apostolo. Per Paolo tutto il mistero salvifico avviene in Cristo e per mezzo di Lui: tutto si riassume in Cristo Gesù. Soprattutto la lettera agli Efesini è un inno che celebra la mediazione di Cristo. Ci preme sottolinearne alcune espressioni per provare la nostra affermazione.

(54) Col. 1, 20; cf. Lt I, 527.

(55) 2 Cor. 5, 2.1.

(56) FU. 1, 11.

(57) Gv 1, 14.

(58) Gv 1, 18.

(59) Gv 1, 16.

(60) Me 1, 11; Le 3, 22.

(61) Gvl4, 6; cf. Lt I, 615.

(62) Gv 1, 9; cf. Lt II, 810 818 ..

(63) Gv 6, 54.

(64) Gv 15, 5.

(65) Col. 1, 15.

(66) Gv 14, 9.

(67) Gv 14, 10.

(68) Gv 14, 6; cf. Lt I, 615.

(69) 1 Cor. 3, 23

(70) Cf. Atti 4, 11-12

 

Dio ci ha creati in Cristo Gesù per compiere le opere buone (71). Il Padre ci ha benedetti in Cristo con ogni specie di benedizioni spirituali (72); in Lui ci ha eletti prima della creazione del mondo, affinchè fossimo santi ed immacolati per la carità (73); in Lui ci ha dato l'adozione filiale (74); in Lui abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati '(75), in Lui ci ha costituiti eredi (76).

Il Padre in Gesù ci ha fatto ascoltare la parola della verità (77), nel suo nome ci ha segnati con il « sigillo » dello Spirito Santo (78). Avendoci vivificati in Cristo (79) con Lui anche ci ha risuscitati e fatti sedere nell'alto dei cicli (80). In Lui ci ha edificati, mediante lo Spirito, per essere l'abitazione di Dio (81). Anche la « grazia » ci è stata data secondo la misura del beneplacito di Cristo (82). Soltanto la fede in Lui « ci dona l'ardire di presentarci con piena confiden­za a Dio » (83).

Da ciò Paolo deduce due affermazioni molto forti, categoriche e particolarmente significative per la vita mistica:

1° - Cristo deve abitare nei nostri cuori mediante la fede e la carità (84).

(71) Ef. 2, 10.

(72) Ib. 1, 5.

(73) Ib. 1, 4.

(74) Ib. 1, 5.

(75) Ib. 1, 17.

(76) Ib. 1, 11.

(77) Ib. 1, 13.

(78) Ib.

(79) Ib. 2, 3.

(80) Ib. 2, 6.

(81) Ib. 2, 22.

(82) Ib. 4, 7.

(83) Ib. 3, 12.

(84) Ib. 3, 17; cf. Lt IV, 245.

 

2° - Solo scoprendo, penetrando, mediante una fede e una carità più perfette, l'incommensurabile mistero di Cristo nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità (85) saremo ripieni della pienezza stessa di Dio (86).

Precisamente su queste due affermazioni, riprese quasi letteralmente, insiste s. Paolo della Croce. Quando parla di « pura fede e santo amore », quando invita a rientrare più profondamente nel regno interiore per adorare l'Altissimo in spirito e verità, entrando «per la porta che è Gesù Cristo e la sua Ssma Passione», lasciando che « l'anima si riposi in Dio con dolce attenzione amorosa in silenzio sacro di 'fede e di amore » (87), penetra l'insegnamento dell'Apostolo e lo propone come l'essenza della vita mistica.

Di fronte alle affermazioni bibliche che abbiamo addotte, chi vorrà negare la presenza di Cristo Uomo in tutto il cammino spirituale, dalla conversione all'unione trasformante?

Non sarebbe smarrire la « via » e condannarsi alla sterilità spirituale? E, se si riflette, quale senso avrebbe mai la permanenza di Cristo in mezzo a noi fino alla consumazione dei secoli (88), se escludessimo la sua mediazione per accedere al Padre?

Ma la mediazione di Cristo Uomo raggiunge il culmine nel mistero pasquale, dove attinge tutta la sua efficacia meritandoci la salvezza con l'infusione della nuova vita. Particolarmente nella Passione Gesù offre la più stupenda esemplarità, esaltata e proposta con accenti commossi dalla prima riflessione teologica degli Apostoli e poi da tutta la Letteratura Patristica.

Appunto su tale esemplarità preme Paolo della Croce: «Gesù Cristo ci mostrò il suo amore non solo con le sue divine parole e santi desideri, ma con i suoi divini esempi e con patire molto nell'onore, nella roba e nella vita, che lasciò per noi in una croce » (89). «Procuri di fare buon uso del male, soffrendo tutto per amore di Dio, in unione di quanto patì per noi Gesù Cristo nostro vero bene e divino esemplare » (90).

(85) Col. 2, 9.

(86) Ef. 3, 18.

(87) Lt II, p. 808, a don G. A. Lucattini, 25 maggio 1775.

(88) Cf. Mt 28, 20; cf. Lt II, 664.

(89) Lt III, p. 592, a L. Bastiani Paladini, 3 agosto 1773.

(90) Lt III, p. 593. alla stessa, 12 agosto 1775 .

 

« Ricordatevi che il nostro dolcissimo Gesù si è fatto obbediente fino alla morte e morte di Croce; e chi non s'innamorerà della ss. obbedienza alla vista di un Dio fatto uomo, che piuttosto che lasciare la ss. obbedienza ha lasciato la ss. vita su un duro tronco di Croce? » (91).

Gesù proprio nella Passione può dire con tutta verità: «Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore... » (92).

In questa disamina accenniamo ancora soltanto a qualche altro passo di s. Pietro e di s. Paolo A., testi utilizzati dal Santo, omettendo il riferimento ai Padri, il quale peraltro sarebbe molto significativo, ma ci allontanerebbe troppo dal nostro intento.

S. Pietro, dovendo parlare agli schiavi, a coloro che soffrono, non presenta forse il Maestro nel momento di patire, dicendo : « Cristo ha patito per voi, lasciandovi un esempio, affinchè ne seguiate le orme » ? (93).

E l'Apostolo non richiama anche egli l'esempio di Cristo, che sceglie la croce al posto del gaudio? Sì, dice Paolo, è proprio Gesù crocifìsso, il quale ha sopportato tante ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, che da la forza di accettare i dolori della vita (94). La croce di Cristo, infatti, è « follia » per quelli che si perdono e «potenza di Dio» per quelli che si salvano (95); su di essa Cristo, mentre appare uno sconfitto, ci offre l'esempio di una obbedienza eroica (96). Questa, segno di un amore che ci « comprime », ci spinge a vivere per Lui, che « morì e risuscitò per noi » (97). Personalmente l'Apostolo, sentendosi morto al mondo in forza di quella croce (98), ripone salo in Cristo crocifisso tutta la sua scienza (99).

(91) Lt I, p. 55, ai suoi Fratelli e Sorelle 21 feb 1722

(92) Mt 11. 29; cf. Lt I, 56; II, 518.

(93) 1 Pt 2, 21; Lt IV. p. 170.

(94) Ebr. 12, 3. t95) I ICor. 1, 18.

(96) Fil. 2, 8; cf. Lt II, p. 10.

(97) 2 Col. 5, 14-15; <cf. Lt III, p. 308

(98) Gai. 6, 14; cf. Lt IV, p. 294.

(99) 1 Cor. 2, 2; cf. Lt I, p. 277.

 

Egualmente, se s. Paolo della Croce propone ed esige vigorosamente la mediazione onnipotente, unica e necessaria di Cristo Uomo e, in particolare, di Cristo « Uomo dei dolori » (100), lo fa più che per l'esperienza mistica personale perché si sente saldamente fondato su queste verità della divina Rivelazione, di cui lo Spirito gli ha dato una profonda intelligenza. Noi sopra, ricalcando i suoi insegnamenti, abbiamo riferito, nelle linee principali, soltanto alcuni passi seritturistici attinenti alla questione.

C'è da aggiungere però, che la preoccupazione di Paolo (lo si vede chiaramente) è quella di corroborare la sua dottrina specie quella sulla necessità della mediazione di Cristo Uomo anche nella contemplazione con richiami biblici che, come fasci di luce, vi conferiscono una nota di freschezza e di perennità.

Scorriamo, a titolo di saggio, qualche altro brano delle sue Let­tere. Così scrive ad un'anima profondamente mistica: «O suor Colomba... statevene sempre in quel sacro profondo deserto, in cui l'anima persa tutta in Dio, scordata d'ogni cosa creata, innalzata per amore fuori del temporale nell'Eterno Bene, si pasce senza intenderlo, di carità, di amore purissimo in Dio, congiunto per S. amore al Divin Verbo Cristo Gesù, che conduce l'anima sua diletta dove sta Lui, cioè in sinu Patris, nel seno del Divin Padre, e là in quell'abisso d'amore non si può più nulla di temporale, ma tutto si è del Sommo ed Increato Amore. Oh, le gran cose che le dico! ma non sono mie, sono del Signore, sono di quello Spirito Divino che le ha insegnate ai suoi servi... » (101).

(100) Is. 53, 3. Riteniamo che su questo aspetto specifico l'abbia molto illuminato anche s. Agostino, che egli studiava con passione e gusto (cf. sac. G. Sisti POV 66v, p. 13). Infatti s. Agostino non solo chiama Cristo Uomo « via » a Cristo-Dio (cf. Tract. sup. Jo., e. 13, n. 4; PL, col. 1494), « porta » (ostium) (cf. ib., e. 45, n. 5; PL 35, col. 1715); ma più specifi­camente chiama « via » a Dio anche la Passione e morte di Cristo: « ...vìa est mors Christi... via est Passio Christi... » (ib., e. 28, n. 5; PL 35, col. 1624).

(101) Lt II, p. 466 s., a sr. C. G. Gandolfi, 21 dic. 1754.

 

Ma non è tutto, perché Paolo, motivando ulteriormente la sua lezione, prosegue: «...Tal nascondimento lo dovete fare in Gesù Cristo Signor nostro, poiché stando nascosta in Cristo, non potete fare a meno di non stare dove sta Lui, cioè nel seno del Padre, Fìlius Dei qui est in sinu Patris (Gv. 1, 18). Vi parlo col linguaggio della Ssma Fede... Oh, se voi intendeste bene ciò che Dio mi fa scrivere! » (102).

Alle titubanze di sr. Colomba per questo cammino nel divino, Paolo non si scompone; anzi la sua anima si dilata in una gioia ce­lestiale e la penna, resa più spedita, lumeggia i meravigliosi amplessi che intercorrono tra Gesù e l'anima nel seno della Trinità: «Adunque quando l'amore assorbisce quest'orribrl nulla per condurlo al suo ovile, che è il seno dell'Eterno Divin Padre, perché non si ha ad ubbidire? Il dolce Gesù parlando dei suoi diletti dice: Padre, dove sono io, voglio che ivi sia il mio ministro, cioè il suo servo e serva. Egli sta nel seno del Padre e l'anima unita a Lui per puro e santo amore sta dove sta Lui, in sinu Patris ed ivi si ciba d'amore ecc. e l'amore lo divinizza ecc. » (103).

Si direbbe che questo concetto, per l'insistenza con cui vi ritorna sopra (104) gli sia diventato familiare. Infatti ne parla con un certo sapore mistico e con sempre suggestivi particolari, quasi rivivendone la profonda e sconfinata esperienza: «...Si nasconda co­me una bambina nel seno del celeste Padre, vestita però di Gesù Cristo e delle sue pene, che il Divin Padre l'accoglierà, l'accarezzerà come sua figlia diletta » (105). « Io... prego il Signore a ricondurre il suo spirito al suo divin ovile, che è il seno del Padre celeste, in cui non si entra se non per Gesù Cristo Signor nostro e vero nostro Dio e Salvatore... ».

(102) Lt III, p. 471, alla stessa, 3 feb. 1775.

(103) Lt II, p. 492. alla stessa, 20 luglio 1756; cf. Lt IV, p. 24.

(104) n ritorno è più insistente soprattutto dopo l'ineffabile esperienza di s. Carlo che lo ha illuminato sulla « cognizione dell'anima in vincolo d'amore unita alla Ss.ma Umanità ed assieme liquefatta ed elevata alla cognizione alta e sensibile della Divinità... » (Dsp., 1° gen. 1721, p. 85 s). Da quel giorno « questa stupenda ed altissima meraviglia » lo ha affasci­nato (cf. Dsp., ib.); perciò la propone alle anime come il termine più ambito, dove potranno arrivare mediante la partecipazione compassiva alle pene del Salvatore.

(105) Lt II, p. 516. alla stessa, 13 dic. 1764.

 

Da notare che il Santo neppure a queste altezze dimentica o sottovaluta l'ascesi attiva e le virtù negative; anzi ne richiama l'esercizio perché esse, frutto pratico dell'orazione, configurano a Cristo e insieme alle sue pene, fatte proprie per amore, danno l'accesso al Padre. Perciò prosegue: « ...Le pecorelle che entrano in tal ovile devono assomigliarsi al divino Pastore colPimitazione e massime coll'umiltà di cuore e mansuetudine » (106).

Una meta così alta e deliziosa che a qualcuno potrebbe sembrare un inutile ardimento il Mistico della Passione la presenta come il frutto più bello della contemplazione su Gesù crocifisso ai suoi primi religiosi: « Amatissimi figli! mortui estis et vita vestra abscondita est cum Christo in Beo (Col. 3, 3)... Non v'allontanate mai dalle Piaghe Ssme di Gesù Cristo, procurate che il vostro spirito sia tutto vestito e penetrato dalle pene Ssme del nostro divin Salva­tore, e siate sicuri che egli che è il Divin Pastore, vi condurrà come sue care pecorelle al suo ovile. E qual'è l'ovile di questo dolce, so­vrano Pastore? Sapete qual'è? E' il Seno del Divin Padre, Christus lesus qui est in sinu Patris (Gv. 1, 18), così in questo seno sacrosan­to, divino, egli conduce a far riposare le sue care pecorelle...».

Se in questa contemplazione passiocentrica Gesù in particolare 'Gesù crocifisso è la «porta», la «via», il «divin Pastore» che fa penetrare l'anima dove sta Lui, in sinu Patris, nell'abisso della Divinità, l'anima non rimane inerte ma vi si prepara con una continua morte mistica a tutto il creato ed a se stessa : « Tutto questo sopraceleste divin lavoro si fa nella casa intcriore nell'anima vostra, in pura e nuda fede e santo amore, in vera astrazione da tutto il creato, povertà di spirito e perfetta solitudine interiore; ma questa grazia sì eccelsa si concede solamente a quelli che si studiano di essere ogni giorno più umili, semplici e caritativi... » {107).

Dai brani di Lettere riferiti appare evidente che il Santo non porta prove bibliche o teologiche speculative, che non ritiene utili al suo intento. Ma inserisce spontaneamente i testi sacri nel vivo del suo discorso, quasi formandone l'ossatura. Così imbevuta e corroborata, la sua dottrina acquista una forza di convinzione che rassicura. Prerogativa questa che lo rende, oltre che attuale e profondo, anche originale: sa scoprire, infatti, nelle divine parole un particolare significato mistico passiologico che incatena soavemente.

(106) Lt II, p. 518, alla stessa, 4 nov. 1766.

(107) Lt IV, p. 266, ai suoi Religiosi, 2 maggio 1750.

 

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