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3 Ritiro di Castellazzo (23 nov. 1720 1° gen. 1721)

 

Ma questo itinerario va maturando in vista di una vocazione precisa. I « lumi » avuti di ritirarsi a far vita penitente e povera e « l'ispirazione di radunar compagni » trovano la loro certezza con le visioni intellettuali del 1720 (57).

Poi l'apparizione di Maria Ssma, « vestita di nero con il segno nel petto», lo conferma decisamente nella volontà di Dio: «Figlio, vedi come sono vestita a lutto? Ciò è per la Passione dolorosissima del mio diletto Figlio Gesù. Così ti hai da vestire tu, ed hai da fon­dare una Congregazione, nella quale si vesta in questa guisa, dove si faccia un continuo lutto per la Passione e Morte del mio caro Figliuolo » (58).

Paolo confida ogni cosa al suo Vescovo, mons. Francesco Maria Arboreo di Gattinara, che diventa anche il suo confessore e direttore (59). Questi, dopo averlo ascoltato attentamente, riconosce che quelli avuti da Paolo sono « veri lumi del cielo, derivati dal vero Padre dei lumi » (60). Tuttavia per decidere con prudenza in un affare così importante, sottopone il suo caso agli uomini « più letterati e pii di quelle parti » (61). L'esito risulta positivo, perché « alla perfine, certificato della divina vocazione del Signore, risolvet­te di vestirlo dell'abito della Ssma Passione » (62).

La cerimonia si svolge ad Alessandria nella cappella privata dell'episcopio, tra la commozione di Paolo e dei pochi presenti (63), i quali assistono in lui alla nascita dei Passionisti.

(54) Cf. Oraison et ascension mystique de St. Paul de la Croix, Lovanio 1930, p. 3 ss.

(55) K. Calabresi POR 2007 v.

(56) Lt conserv. in AGP. E' datata il 25 nov. 1720.

(57) Lt IV, p. 017 s., a mons. Gattinara, ...1720.

(58) R. Calabresi POR 1999r-v; P. Giammaria POV 120, p. 37; P. G. Giacinto PO 431.

(59) P. Giammaria POV 128r-v, p. 41.

(60) P. Giammaria POV 128 v, p 41.

(61) Ib.

(62) Ib.

(63) Can. Paolo Sardi PA 239v.

 

E' la sera del 22 nov. 1720. Subito dopo, Paolo si ritira a Castellazzo in una celletta concessagli dal Vescovo (64) « piuttosto umida, del tutto rustica e veramente orrida » (65), addossata alla sacrestia della Chiesa di s. Carlo. In essa imitando il Maestro divino nel deserto prima di iniziare la vita pubblica trascorre quaranta giorni fra austerità e privazioni di ogni genere (66), completamente immerso nella contemplazione di Gesù crocifisso. Scopo di questo ritiro, infatti, è « imitare in omnibus le virtù sue santissime, e di co­piare in sé la sua santa vita » (67).

ìE' qui, in questa povera celletta, che il Santo, per ordine del suo Direttore, redige, con linee sobrie ma maestre, il Diario spirituale, vero gioiello di letteratura mistica. In questi giorni nasce anche la Regola dei « Poveri di Gesù » (poi Passionisti) di cui Dio gli ha fat­to 'restare « infusa nello spirito la forma... » (68).

E 1 necessaro fissare, almeno in rapide pennellate, questo ritiro, perché in esso matura la vita mistica del Fondatore dei Passionisti, assumendo una fisionomia peculiare. Noi scorreremo speditamente le pagine del Diario, cercando di puntualizzarne le « idee-chiave » che portano Paolo, attraverso una contemplazione oscura specificatasi in una infusione misteriosa delle pene di Gesù alle dolcezze dell'amor puro, vero preludio dell'unione definitiva.

 

a) Luce tenebrosa

I primi assaggi delle purificazioni dello spirito che Paolo già ha provato, nel ritiro si acutizzano e, a volte, diventano particolar­mente violente. Il Diario è la rivelazione più schietta di questo dramma che si svolge nel suo animo.

Paolo, nonostante la sua vita intemerata, non è privo di « molte affezioni naturali e di quegli abiti imperfetti, la cui purificazione è necessaria per giungere all'amore divino » (69). Perciò anche lui deve provare l'asprezza della notte dello spirito, la sola capace di perfezionare anche quella del senso (70).

La notte di spirito è « un influsso di Dio nell'anima che la purga dalle sue ignoranze e imperfezioni attuali, naturali e spirituali» (71). Le « pene interne » che in tale notte l'anima soffre per dirla con Paolo sono « un tesoro che scaturisce dal fonte del santo amore..., una grazia sopragrande... che fa Dio benedetto.

(64) Lt IV, p. 221, a mons. Gattinara, ...1720.

(65) A. Danei PA 74; G. Danei PA 184; T. Danei 133 v; P. Giam:. POV 132, p. 49.

(66) Infatti, « il suo letto era la nuda terra, con sotto poco di paglia, il suo cibo era pane, ed acqua » (P. Giam. POV 132, p. 42).

(67) P. Giammakia, ib.

(68) Lt IV, p. 220. a mons. Gattinara, ... 1720.

(69) N. n, 2, 5.

(70) Ct. N. II, 3, 2.

(71) N. II, 5, 1.

 

Tale sacro martirio produce nell'anima due mirabili effetti: uno è di purificarla da ogni neo d'imperfezione, come fa il fuoco del Purgatorio; e perciò si puoi anche chiamare pena purgativa. Il secondo ...si è di arricchir l'anima di virtù... » (72).

L'azione irrompente di Dio mette in luce e noi lo vedremo in Paolo l'antinomia profonda tra la sua trascendenza e le imperfezioni dell'anima, tanto da farla agonizzare sotto un peso immenso nel senso e nello spirito (73).

Paolo ha un modo tutto proprio a volte fatto di confronto . nel descrivere queste prove; ed è suggestivo, perché spontaneo, colto dalla viva esperienza. Sentiamo alcuni di questi accenti del Diario, i quali, pur nella loro estrema laconicità, ci lasciano intuire il crudo verismo della sua notte:

« ...Fui afflitto interiormente con particolar modo di malinconia, la quale non è come quella che si prova nei travagli del mondo. Ma è una certa passione interiore, che è nello spirito, e nel cuore mista con segrete tentazioni, le quali appena si conoscono, ed affliggono per questo grandemente l'anima, che non si sa per così dire se sia di qua o di là, tanto più che non v'è in quel tempo alcun segno sensibile d'orazione: ...Dio mi fa intendere che purificano l'anima...» (74).

Tutti i giorni del ritiro l'invasione di questa luce contemplativa causerà tenebre e sofferenze mortali, intercalate da respiri riposanti e deliziosi, il 25 è ancora « pieno d'afflizione, malinconia... », gli pare di aver « il cuore sepolto senza alcun sentimento d'orazione » ; ma intuisce segretamente che tale pena e tormento sono benefici e fecondi, per questo annota : « Non mi sovvenne desiderarne sollievo, e mentalmente sono contento d'averle; ma questa contentezza spiega non si sente, perché in questo tempo v'è del travaglio, e particolare». Andando più oltre precisa che si tratta di «una certa conlentezza che sia fatta la volontà Ssma del nostro caro Dio, e questa sta sepolta come sotto la cenere, nel più segreto dello spirito: so che è difficile a spiegarmi; perché (a) chi non prova è difficile intendere » (75).

(72) Lt III, p. 816, ad A.M. Caloagnini, 21 set. 1768.

(73) Cf. N. II , 5, 6.

(74) Dsp. 23 nov. 1720, p. 53.

(75) Ib. 25 nov., pp. 54-55.

 

La natura di questa « malinconia » è tale da produrre ripercussioni psicologiche sconcertanti. Infatti gli «rendeva fastidio di veder le genti, il sentirli passeggiare, il suono, le campane... » (76). Il giorno appresso (26 nov.), in cui si sente ancora « particolarmente afflitto e malinconico in quella maniera sopradetta», aggiunge dei particolari interessanti che completano la descrizione già fatta: «Questa malinconia non leva la pace del cuore. Si sente grande afflizione che non sovviene più consolazione spirituale, né altro, e pare che non se n'abbia mai avuto... » (77).

Ma la « notte » con la sua impotenza spirituale, con la sua pena misteriosa si abbatte in tutta la sua veemenza verso la metà del ritiro (9-24 die). Allora Paolo avverte una oppressione che lo schiaccia, un'aridità che l'annoia, un vuoto che lo disorienta. Anche il corpo, raggiunto dall'influsso travolgente dello spirito ottenebrato, si solleva in una protesta frenetica : « Sono stato arido, distratto, tentato, stavo per forza in orazione, ero tentato di gola, e mi veniva fame, sentivo freddo più del solito, e la carne desiderava il sallievo, e perciò volevo scappar dall'orazione: lo spirito con la grazia del nostro caro Dio resisteva...». Insomma, questa orazione è così penosa da agire tanto negativamente anche sul fisico che « ...per la resistena son sue parole mi risaltava il cuore, crollavo da capo a piedi, e mi facevano male sin le ossa delle reni e dello stomaco... » (78).

Per compenso il Signore lo ammaestra proprio attraverso queste torture, facendogli capire gli incomparabili benefici che esse arrecano all'anima : « so che Dio mi da questa intelligenza, che l'anima che vuole tirare all'altissima unione con Lui per mezzo della santa orazione, bisogna che passi per questa strada di patire nell'orazione anche, e... senza alcun conforto sensibile (tanto) che l'anima non sa più dove sia, così per dire » ; ma Egli « con altissima intelligenza infusa » le fa conoscere che « è sempre in braccio del suo Sposo, allattata dalla sua infinita carità...».

(76) Ib.; cf. VI M., I, 13. E' noto che dalla finestrella della celletta, alquanto bassa, i monelli lo insultavano e gli lanciavano perfino sassi (Dichiaraz. di sr. Angela Nebia, conversa del monastero delle Agostiniane di Castellazzo, conservata in AGCP).

(77) Dsp. 26 nov., p. 56 s.; cf. N. II , 8, 1.

(78) Dsp. 24 die, p. 68 s.; cf. VI M., 5, 1-2.

 

E Paolo lo può dire per esperienza, perché in un particolare patimento, quando il dolore più intenso investiva il suo essere orante, il Signore gli fece capire che a chi persevera in un'orazione così molesta « ...darà la manna nascosta... che sarà il cibo dolcissimo del santo amore, cioè l'a­nima in altissimo riposo coi suo dolcissimo Sposo nella santa orazione » (79).

L'azione purificatrice si acuisce ancora di più (15-18 dic.) estendendosi a tutto l'essere del Santo. Infatti non solo si sente «arido, distratto con delle inquietudini, e combattimenti tra la carne e lo spirito...», ma prova ancora «particolari desolazioni, e tentazioni, afflizioni intcriori». Ma, come sempre, la loro amarezza in fondo lo attrae: « Non imi sovviene desiderarne sollievo...» (80), perché «Sua Divina Maestà in tal forma (lo) prepara a far un gran volo alla santa perfezione ed unione di carità con Dio ed a gustare il più soave ed isquisito della santa contemplazione» '(81).

Il 21 dicembre siamo al culmine della prova, perché all'abban­dono, alle desolazioni intcriori e alle sofferenze fisiche si aggiungono forti ed accanite suggestioni diaboliche, che quasi lo forzano a dare in escandescenze col prossimo e a bestemmiare contro Dio: « ...Poi sortiva fuori il nemico con le tentazioni di impazienza, mi moveva a sdegno sino verso i Sacerdoti, che venivano a dir Messa..., e pareva che fossi forzato a dir loro degli spropositi iniqui... Finito questo mi sentivo venire tentazioni di orribilissime bestemmie contro Dio, patendomi sentirmi dire dentro di me esecrande scelleraggini ; allora gridavo a Maria Ssma che mi aiutasse». Ma quando accade tutto questo «l'anima sta come in un grande abbandonamento, non sente più divozione di cuore verso il suo Dio, non si ricorda più di niente delle cose particolari dello spirito, si pare ridotta in un abisso di miserie... » (82).

(79) Dsp. 10-13 die, pp. 68-70.

(80) Dsp., p. 71.

(81) Lt n, p. 309, a m. M. Crocifissa, 3 giugno 1766.

(82) Dpp., p. 72.

 

Descrizione psicologica molto acuta e realistica, che trova riscontro negli accenti lirici del Cantore delle Notti.

 

b) Chiaroscuri

(L'azione misteriosa della Sapienza infusa sembra avere dei risvolti singolari in s. Paolo della Croce. E' interessante rilevare alcuni dei chiaroscuri principali che si susseguono nel Diario Spirituale, e con una certa subitaneità impressionante.

26 novembre: la mattina dopo la s. Comunione è «particolarmente elevato con altissima soavità ed un certo caldo al cuore... che prosegue a dire sentivo essere soprannaturale, il che mi faceva stare in gran consolazione » ; ma il resto del giorno, in modo speciale la sera, è « particolarmente afflitto, e malinconico in quella maniera sopra detta ». E nota che l'afflizione è tale da causare l'oblio di ogni consolazione spirituale: « ...Pare che non se ne abbia mai avuto » (83).

27 novembre : da una parte è deliziato « con altissima soavità ed elevazione in Dio mista con lacrime... », dall'altra si sente sprofondato nel suo nulla : « Non sapevo dove gettarmi vedendomi tanto vile» (84).

2 dicembre: all'infuori di «qualche mozione di cuore», si vede « distratto, secco, arido..., come un tronco » (85).

4 dicembre : mentre nell'orazione prova « dolci inquietudini di pensieri», nella Comunione ha «intelligenza infusa del gaudio che avrà l'anima quando lo vedremo [Dio] a faccia a faccia». Per questo, non potendo più reggere alla liquefazione d'amore, grida il suo «cupio dissolvi et esse cum Christo » per perdersi nell'« infinito amore del suo Dio » (86).

Appaiono evidenti qui i due volti della Sapienza infusa, che è tormento e soavità insieme, tenebre e luce, morte umiliante e vita affascinante. E Paolo, sotto l'azione di questi chiarori semivelati, prova l'amarezza del buio fitto della notte e tocca l'incanto dell'estasi. L'antinomia è forte; ma è una legge della trascendenza divina, a cui 'Dio non può assolutamente rinunciare. Il suo amore è luce folgorante, che provoca tenebre fosche nell'anima proprio a causa della sua mancata purificazione. Tale affinamento penoso è la sola condizione per mezzo della quale essa si avvia alla consonanza di spirito con quello purissimo di Dio per poter aspirare alla sua unione amorosa e gustarlo divinamente.

(83) Dsp., p. 56 s.

(84) Ib., p. 57 s.

(85) Ib., p. 62.

(86) Ib., p. 63 s.

 

Paolo sperimenta il vuoto terribile delle potenze, smarrite completamente, incapaci di raccoglimento: «Quando sono distratto, né più né meno sto in pace con Dio, con tutto che sia conturbato da pensieri che mi molestano... ». E sottolinea che l'anima « sta sempre fissa in Dio con la sua pace... », anche se la memoria e l'intelletto se ne fuggono nelle distrazioni (87).

Questa è l'unica via per perfezionare le virtù teologali, che uniscono immediatamente a Dio (88). E' il capovolgimento psicologico descritto con fine intuito da s. Giovanni della Croce. L'anima, infatti, per sé dovrebbe operare attraverso i sensi, ma, afferrata da Dio, ripiega nel suo centro, dove, per mezzo della purificazione contemplativa, si libera dalle imperfezioni di essi (89) e incomincia ad acquistare un agire del tutto soprannaturale (90).

E' una sublimazione delle potenze che così si vuotano dell'attività naturale e si arricchiscono di un nuovo dinamismo tutto divino: quello teologale.

 

c) La Passione di Gesù

La contemplazione di Paolo nel ritiro di Castellazzo appare orientata decisamente verso i misteri della Passione di Gesù. La constatazione colpisce con evidenza lampante fin dalla prima pagina del Diario; ed è anche la motivazione che giustifica la notte terribile in cui ormai è sommerso il suo spirito.

(87) Ib. 29 nov., p. 60; cf. N., II, 8, 1.

(88) Cf. S., II, 6, 1-4.

(89) CI N., II, 16, 1 e 10.

(90) Gf. S., m, 2, 8-9.

 

Quello di Paolo è il grido di un innamorato deciso a tutto, pur di arrivare a Lui al Crocifisso al fine di condividerne la drammatica esperienza dell'estremo sacrificio: «Non desidero saper altro, né gustare alcuna consolazione, solo che desidero d'essere crocifisso con 'Gesù » (91).

In questa donazione di sé, in questa immolazione, anzi in questa morte dell'umano egli ha la certezza di trovare la vera vita. Il paradosso è solo apparente, perché la vera vita in Cristo, si consegue solo attraverso la morte dell'umano che viene incluso in Lui. E ciò è profondamente teologico, secondo la dottrina dell'Apostolo: «Vita vestra abscondita est cum Christo in Deo» (92).

L'aspirazione entusiasta: «...Desidero d'essere crocifisso con Gesù », esplosa nel primo giorno di vita passionista è tutto un programma; segna un inizio che la Sapienza attuerà misteriosamente in Paolo della Croce. La fiamma contemplativa, infatti, che è luce e tenebra insieme riversata, in questi giorni di raccoglimento, nel suo spirito, si specifica verso i misteri dolorosi di Gesù, e in breve tempo farà di lui il depositario, il Padre e l'animatore di una spiritualità quella passionista , scaturita dal Cuore trafitto del Redentore crocifisso.

Precisamente le profondità della Passione di Gesù, il contatto intimo, l'esperienza del « Christus patiens » qualificano il lavorio di perfezionamento e di arricchimento della grazia, in (Paolo della Croce. Egli allora appare già come dice s. Giovanni della Croce una di qudle anime « la cui virtù e il cui spirito si dovevano diffondere nella successione dei loro figli, poiché Dio concede le ricchezze e i doni delle primizie e dello spirito ai Fondatori, secondo il numero dei loro discendenti nella dottrina e nello spirito» (93).

(91) Dsp. 23 nov., p. 53.

(92) Col. 3, 3.

(93) F. « B », Str.. 2, 12.

 

E ciò è tanto più vero se si considera che proprio in tale quaresima lo spirito di Paolo, quasi completamente purificato, diventa un incendio di amore. Infatti egli parla in maniera inequivocabile di « desiderio di sciogliersi dal corpo » (94), testa come fuor di sé, sua « anima sente liquefarsi, sta così languendo con un'altissima soavità mista con lacrime... » (95).

iSentendosi struggere soavemente, supplica il Signore di mandargli i Serafini a dardeggiargli il cuore; e spiega che la vampa stessa che lo consuma lo induce a chiedere questa cauterizzazione: «Gli dicevo che mi mandasse i serafini a saettarmi d'amore; ciò viene dagli slanci amorosi che la divina pietà concede al cuore... » (96). Così la sua anima, investita dalle fiamme dello Spirito Santo, si trasforma: resta « ...tutta sospesa, tutta rapita, tutta innamorata e tutta languente d'amore e di dolore » (97). Tale è il volto, la fisionomia particolare che la divina Sapienza assume in Paolo. La causa, infatti, del suo ardore interiore sono appunto le pene di Gesù, impresse tutte misteriosamente nella sua anima (98): per questo «...se ne sta così in Dio con quella vista amorosa e dolorosa... » (99).

Egli stesso, del resto, non esita a riconoscere che questa contemplazione è un mistero, come misteriosa rimane la Passione di Cristo che gliene da il profondo esperimento: «Ciò è difHcilissimo a spiegarsi, parmi sempre cosa nuova » (100). E non poteva essere diversamente se ne riporta la cognizione altamente teologica come dirà in seguito che 'la Passione « è la più grande e stupenda opera del divino amore » (101), un « ...mare di amore e di dolore » (102). Perciò vi si aggrappa come alla « ricchissima contemplazione » (103), come all'unico tesoro.

E' importante esaminare più da vicino questa originale prerogativa di Paolo, perché proprio essa traccia la linea, la direzione definitiva al suo spirito facendone il mistico della Passione di Gesù. Il Santo stesso, d'altronde, ci spinge a questo indugio; infatti alcuni giorni, nel Diario vi si sofferma più a lungo.

(94) Dsp. 4 die, p. 64.

(95) Ib., 8 die, p. 67.

(96) Ib., 27 die, p. 81.

(97) Lt I, p. 308. Cf. Lt I, p. 617; III, pp. 459, 465...

(98) Cf. Dsp. 26 nov., p. 56.

(99) Dsp. 8 die, p. 68.

(100) Ib.

(101) Lt II, p. 499, a sr. Colomba, 21 ag. 1756.

(102) Lt III, p. 459, a sr. M. Chiara, 18 (?) 1757.

(103) Lt II, p. 267, a una Religiosa, 15 feb. 1766.

 

Così il 26 novembre scrive: «.So che feci anche dei colloqui sopra la dolorosa Passione del mio caro Gesù; quando gli parlo dei suoi tormenti (v.g. gli dico): Ah mio Bene, quando foste flagellato come stava il vostro Ssmo Cuore? Caro mio Sposo, quando v'affliggeva la vista dei miei gran peccati, e delle mie ingratitudini; Ah, mio Amore, perché non muoio per voi! perché non [di-]vengo tutto spasmi? E poi sento che al'le volte lo spirito non può più parlare, e se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell'anima, ed alle volte pare che si disfaccia il cuore » (104).

E' la prima esperienza della Passione registrata da Paolo nel Diario, perché due giorni prima (24 novembre) parla solo di « ...pura avvertenza amorosa in Dio in generale, infusa nello spirito...» (105). Adesso si aggiungono i tormenti infusi di Gesù. Dunque, ecco l'elemento « nuovo », specificante che emerge nettamente dando vita alla spiritualità della Passione. lI Santo subito dopo ripiomba nel buio fitto della notte nella quale « non sovviene più né consolazioni spirituali, né altro, e pare che non se n'abbia mai avuto». Ma ormai il doloroso assaggio per la sua anima, toccata dalle pene di Gesù, si tramuta in gaudio: «So che dico al mio Gesù che le sue croci sono le gioie del mio cuore » (106).

!I1 giorno appresso giubila nelle sofferenze; proprio nel tripudio di questa partecipazione alla croce di Gesù la « presa » amorosa l'assorbe totalmente e l'inabissa nella contemplazione dell'ospite divino: « ...Fu tanto il giubilo e il desiderio dei patimenti che il freddo, la neve, ed il gelato mi parevano soavità, e li desideravo con gran fervore, dicendo al mio caro Gesù: le tue pene, caro Dio, sono i pegni del tuo amore, e poi restavo così, godendo del mio diletto Gesù in altissima soavità, e pace senza moti delle potenze, ma così in silenzio (107).

(104) Dsp. 26 nov., p. 56.

(105) Ib., 24 nov., p. 54.

(106) Ib.. 26 nov., p. 57.

(107) Ib., 27 nov., p. 57 s.

 

Il 28 novembre già si sente in possesso di uno « spirito » che lo fa « Padre » di molti figli. Perciò, mentre « con molta tenerezza di lagrime » prega perché nasca nella Chiesa la nuova Congregazione, ne viene rassicurato con una visione intellettuale : « Mi ricordo che pregavo la Beatissima Vergine con tutti gli Angeli e Santi, e massime li Santi Fondatori, ed in un subito mi è paruto in spirito di vederli prostrati avanti l'altissima Maestà di Dio a pregare per questo: ciò mi è successo in un attimo come un lampo in soavità mista con lagrime; il modo che li viddi non fu con forma corporea; fu così in spirito con intelligenza dell'anima, la quale non so spiegare, e quasi subito sparì » (108).

Il 30 novembre l'assillo di imitare Gesù gli accende nell'animo l'aspirazione al sommo grado di umiltà: « ...Desidero d'essere l'ultimo degli uomini, la feccia della terra...». Per questo nella preghiera gli chiede, per intercessione di Maria Ssma, quale umiltà più lo rallegri, e Gesù con una locuzione formale gli fa sentire al cuore le seguenti inusitate parole : « Quando ti getti in spirito sotto ai piedi di tutte le creature sino sotto ai piedi dei demoni, questo è quello che mi piace » (109).

Anche l'accettazione della morsa terribile della « notte », che lo affligge e lo fa gemere oltre ogni dire, trova la sua spiegazione in Cristo crocifisso: Tali pene «l'anima le abbraccia, perché sa che... sono le gioie di Gesù», tanto che gli « vien da dire con s. Teresa: O patire o morire» (HO).

In questo clima spirituale, denso di tormenti e di carezze divine, sprizzano fuori nuovi frutti fecondi. Il 4 dicembre, infatti, si vedono fremere, impazienti, nel suo intimo i primi aneliti apostolici, ispirati al Sangue versato da Gesù per le anime.

(108) Ib., 28 die, p. 59.

(109) Ib., 30 nov., p. 63. II Signore accontenterà la sua brama appassionata: gli darà, alla luce della sua trascendenza divina, una perfettissima co­noscenza di sé Infatti, il Santo più volte deve annotare di sentirsi folgorato da una luce che lo annienta nella scoperta della sua povertà spirituale: « Mi paio sepolto in un abisso di miserie, mi paio l'uomo più miserabile e desolato che si trovi » (Dsp. 5 die, p. 65). « Ho avuta gran cognizione di me; mi par, quando Dio mi da questa altissima cognizione, di essere peggio d'un demonio, d'essere una sporchissima cloaca, come in verità è così... » db. 7 die, p. 66).

(110) Ib. 3 die, p. 63. Il motto teresiano è invertito.

 

L'infusione delle sue pene ineffabili lo rende particolarmente sensibile alle offese che Egli riceve e lo associa vivamente alle sue ansie per la salvezza degli uomini : « Mi veniva dolore di vederlo offeso, e gli dicevo che mi desidererei scarnificato per un'anima; ahimè! mi pareva languire, vedendo la perdita di tante anime che non sentono il frutto della Passione del mio Gesù» (111). Per questo il 6 dicembre lo Spirito suscita in lui « particolar fervore di pregare Dio che ...facesse presto a fondare questa Congregazione di santa Chiesa, e per i peccatori... ». La risposta all'accorata supplica non tarda a venire, ed è un'altra impressione dei tormenti di Gesù nel suo spirito, suggellandovi ulteriormente il carisma che darà vita al nuovo Istituto: «Ebbi molta intelligenza infusa degli spasimi del mio Gesù, e avevo tanta brama dell'essere con perfezione unito con Lui che desideravo sentire attualmente i suoi spasimi ed essere in Croce con Lui». Intima contemplazione che 'lo riempie di stupore intraducibile a parole: «Que­ste meraviglie... Dio le fa intendere altissimamente all'anima con moti tanto spirituali, che non si possono spiegare e le intende in un attimo ecc... » (112).

La devozione alla Passione, così profondamente radicata e vissuta, ogni tanto riaffiora nell'animo di Paolo con impeti di zelo bruciante per la salvezza dei fratelli; ma singolare il fatto che tale zelo è abbinato e quasi dipendente al sorgere d'ella Congregazione della Passione: «Ho avuto parimenti gran fervore misto con lagrime di pregare per la conversione dei poveri peccatori: dicevo al mio Dio, che non posso più vederlo offeso: ebbi anche particolar tenerezza in pregar che Dio per sua pietà fondi presto la S. Congregazione, e che mandi gente per sua maggior gloria, e profitto dei prossimi, e questo con gran desiderio e fervore... » (113).

(111) Ib. 4 die, p. 64.

(112) Ib. 6 die, p. 65 s.

(113) Ib. 7 dic. p. 66.

 

Si nota anche il particolare interessante, che questa ansia apostòlica la quale verso la fine del ritiro sembra prevalere nettamen­te nasce dalla contemplazione e si caratterizza come suo frutto pratico. Ciò riafferma che la contemplazione non è mai infeconda; anzi nel momento stesso e con lo stesso moto in cui agisce nell'anima volgendola e unendola a Dio, la ripiega anche verso i fratelli facendone un'apostola. In altre parole: è un unico atto, semplicissimo come Dio che la opera, e in cui egli stesso afferra l'anima ordinandole la carità verso di lui e verso il prossimo. Così sembra di vederla in questa felice esperienza di Paolo: «Fui nell'orazione al solito in pace; nel fare l'offerta degli spasimi, che ha sofferto il mio Gesù, mi sono sentito mosso a lagrime, e parimenti nel pregare per tutti del mio prossimo» (114).

'Paolo si fa sempre più consapevole che le pene infuse del Redentore nel suo spirito sono una potenza operativa e trasformante. Per mezzo di tali comunicazioni, ineffabili, ripetute e sempre nuove, Dio, mentre, da un lato, lo va preparando potentemente all'unio­ne, dall'altro, gli va conferendo la paternità spirituale. Di tali me raviglie il Santo confessa schiettamente di sapere appena balbettare, ma intanto gli spalancano traguardi sempre più luminosi: «Nella Ssma Comunione sono stato particolarmente raccolto, e massime nel fare il racconto doloroso e amoroso dei suoi tormenti al mio Gesù. Questa grazia così soprana che il mio caro Dio mi fa in questo tempo, non la so spiegare perché non posso ». Non può fissarne l'intima natura, ma non si può negare che sia una « presa » contemplativa che, legando le facoltà tramite le pene infuse, immerge tutto il suo essere in Dio inebriandolo d'amore: «Sappia che nel raccontare le pene al mio Gesù alle volte come ne ho raccontata una o due, bi­sogna che mi fermi così, perché l'anima non può più parlare, e sente a liquefarsi; sta così languendo con altissima soavità mista con lagrime con le pene del suo Sposo infuse in sé, o pure per più spiegarmi, immersa nel Cuore e dolore Ssmo del suo Sposo Gesù; alle volte ne ha intelligenza di tutte, e se ne sta così in Dio con quella vista amorosa e dolorosa; ciò è difficilissimo a spiegarsi; parmi sempre cosa nuova» (115).

Gradatamente questa preziosa esperienza mistica, così intima e sostanziosa, va tracciando, pur nell'oscurità della notte, l'itinerario dell'anima di Paolo della Croce. Quello che verrà dopo (il matrimonio spirituale e i carismi divini che accompagneranno la sua lunga e tormentata vita apostolica) attingerà a queste profondità e sarà un'esplicitazione di queste ricchezze segrete che Dio, in questi giorni, quasi ininterrottamente, va diffondendo in lui.

(114) Ib. 8 die, p. 67.

(115) Ib.

 

Nonostante l'agonia dello spirito, sottoposto alla notte sempre più incalzante, si vedono riemergere dal Diario con insistenza due idee dominanti che diventano quasi preoccupazione; ma, in fondo, non sono altro che ansie dell'amor di Dio che cova sotto le tenebre purificataci. La prima è il desiderio insaziabile di patire, specialmente con pene interne e desolazioni di spirito, per essere in croce con Gesù: « ...Dicevo al mio Dio che non mi levi mai i patimenti..., (perché) questa sorta d'orazione di patire è un gran regalo che Dio fa all'anima per farla un ermellino di purità... » (116). «Dicevo al mio Gesù che non me ne liberi, ...bensì mi faccia passare per patimenti; onde che per special grazia de'l mio Dio, abbenché sia in particolari desolazioni, e tentazioni e afflizioni intcriori, non mi sovviene desiderarne sollievo» (117). Anzi gode di «star sulla croce di Gesù senza conforto» (118).

E il Signore sazia la sua sete facendogli assaporare sempre maggiori sofferenze. Eccone una: alle trafitte della notte si aggiunge l'azione terribile di Satana; allora Paolo persevera nell'orazione, anche a costo di farsi portare via a pezzi (119). Ma non è tutto. Il Si­gnore si compiace di diradargli il futuro dandogli la gioiosa certezza di appagare il suo struggimento: «Nel segreto del cuore vi sta un certo segreto e quasi insensibile desiderio di essere sempre in patimenti, siano questi siano altri». Tutte le pene lo deliziano, fuorché quella delle tentazioni contro Dio che non riesce proprio a sopportare: «...Da quelle... lo prego a liberarmene; quei diabolici parlamenti trucidano il cuore e l'anima. Per il patire non importa, ma l'anima non puoi soffrire di essere tentata contro il suo Dio » (120). Riconosce anche che la sua anima proprio « nel combattimento si purifica a guisa dello scoglio, che, se prima della burrasca, era un po' rugginoso, dopo la burrasca viene un po' purgato, perché il moto delle onde lo lava » (121).

La brama ardentissima di patire non si placa finché non si vedrà in croce con Cristo... Diventa così sete del « nudo patire », senza conforto alcuno né divino né umano, appunto come l'agonia di Gesù nell'Orto e l'abbandono sulla Croce.

(116) Ib. 10-113 die, p. 70.

(117) Ib. 15-18 die, p. 71.

(118) Lt I, p. 4H8, a sr. Ch. Bresciani, 10 ott. 1736.

(119) Dsp. 10-13 die, p. 69.

(120) Ib. 21 die, p. 74 s.

(121) Ib. 23 die, p. 78.

 

Dio gliene da qualche assaggio, e Paolo lo trova così delizioso e gustoso al palato dello spirito, imbevuto delle pene di Gesù, che teme di perdere tali travagli come un tesoro rarissimo: « ...Quando sono in questo stato... prego il mio Crocifisso Gesù che non me ne liberi, anzi li desidero per patire e ho una certa segreta paura che se ne vadano... temo più la sottrazione dei patimenti che un che tema perdere le sue ricchezze».

E allorché scopre sotto la luce contemplativa il pregio inestimabile del patire trasalisce di gioia nelle sue pene e canta, esaltando il nudo penare con Gesù che lima l'anima e la renda degna dell'unione con il sommo Bene: « Vorrei poter dire che tutto il mon­do sentisse la grande grazia che Dio per la sua pietà fa, quando' manda da patire, e massime quando il patire è senza conforto, che allora l'anima resta purificata come l'oro nel fuoco, e viene bella, e leggiera per volarsene al suo Bene, ossia alla beata trasformazione senza accorgersene ; porta la croce con Gesù e non lo sa, e questo procede dalla moltitudine e varietà dei patimenti, i quali la mettono in grande scordamento che non si ricorda più di patire. Ho intelligenza che questo è un gran patire con frutto, e di gran gusto a Dio, perché l'anima viene ad essere indifferente a segno che non pensa più né a patire né a godere; solo che sta fissa alla volontà Ssma del suo diletto Sposo Gesù, volendo piuttosto essere crocifissa con Lui, perché ciò è più conforme al suo amato Dio, il quale in tutta la sua ss. vita non ha 'fatto altro che patire » (122). L'altra idea che spic­ca con risalto notevole è l'ansia apostolica, lo zelo per la conversione dei peccatori e la salvezza delle anime: «Nell'orazione di notte sono stato molto fervoroso, massime nel pregare per la conversione dei peccatori » (123). « Non mi si parte il continuo desiderio della con­versione di tutti i peccatori, e mi sento mosso particolarmente a pregare il mio Dio per ciò, che non vorrei più che fosse offeso » (124).

(122) Ib. 21 die, p. 74 s.

(123) llb. 9 die, p. 68.

(124) Ib., 15-18 die, p. 71.

 

« Avevo desiderio della conversione degli eretici, massime dell'Inghilterra con quei Regni vicini, e ne feci particolar orazione, massime nella Ss. Comunione » (125). « Ho avuto particolar raccoglimento nell'offerta della sua Ssma Vita, Morte e Passione, come anche nelle suppliche, massime per gli eretici, e ho avuto particolar moto di pregar per la conversione dell'Inghilterra... » (126).

Nuova conferma, questa, che la contemplazione quanto è più alta, altrettanto si rivela feconda. La sua dimensione apostolica non interrompe l'unione con Dio, ma l'allarga ai fratelli. L'apostolato diviene così contemplazione in atto, contemplazione operosa, impegnata a partecipare le ricchezze divine. E ciò è altamente teologico, perché bonum est diffusivum sui (127); e quando questa « bonitas » si abbevera alla fonte non può che irradiarsi smisuratamente...

Arriviamo così all'ultima pagina del Diario che coincide con l'ultimo giorno di ritiro (1° gennaio 1721). Paolo riceve la grazia mistica più grande: è favorito della conoscenza altissima della Divinità tramite l'Umanità del Verbo. Una grazia che segnerà profondamente tutta la sua spiritualità. La notte oscura, seminata di bagliori momentanei che toccano l'estasi, ormai si squarcia e l'anima di Paolo annega in una pienezza beatificante, preludio al matrimonio mistico. Sentiamo le sue parole ancora colme di sapore di eternità: «Fui altissimamente elevato dall'infinita carità del dolcissimo nostro Id­dio a grande raccoglimento e lacrime in abbondanza, massime dopo la Ssma Comunione, nella quale ho sentiti affetti sensibilissimi di santo amore, parendomi liquefatto in Dio; raccontavo con grande confidenza, ma senza fatica, e gran dolcezza al mio Gesù le mie miserie; gli dicevo gli scrupoli che posso provare in un voto che ho di privare il corpo di tutti i gusti superflui; or gli dicevo che Lui sa, che quando ho fame sento gusto a mangiare anche il pane asciutto, e mi sentivo soavemente (dire) nell'interno: ma questo è necessario; allora mi si disfaceva il cuore, dirompevo in tenerissime lacrime, miste con grandi affetti di amore; avevo anche cognizione dell'anima in vincolo d'amore unita alla Ssma Umanità, ed assieme liquefatta ed elevata alla cognizione alta e sensibile della Divinità, per­ché essendo Gesù Dio e Uomo non puole essere l'anima unita con amore santissimo alla SS.ma Umanità, ed assieme [non essere] liquefatta, ed elevata alla cognizione altissima e sensibile della Divinità.

(125) Ib. 26 die, p. 80.

(126) Ib. 29 die, p. 83.

(127) Cf. S. Th. I, q. 5, a. 4 ad 2.

 

Questa stupenda ed altissima meraviglia non puole né dirsi né spiegarsi, né meno da chi prova; ed è impossibile, perché l'anima intende, perché Dio vuole, prova dolcissime e sopraltissime meraviglie perché l'Immenso a lei fa capirle; ma poi dirlo è impossibilissimo; sono cose che si provano ed intendono in un attimo, almeno all'anima le pare così; perché se durassero ben mille anni, non le parrebbe, a mio credere, un momento; perché l'anima è nel suo Bene infinito...» (128).

Celeste sinfonia squisitamente teologica, canto paradisiaco che si ferma sulla carta coll'accento della meraviglia in ciò che è semplicemente ineffabile, come Dio... afferrato e posseduto almeno per un attimo.

Così l'itinerario contemplativo di Paolo, attraverso una trafila di percezioni intime, 'penose e gioiose, specialmente nella memorabile quaresima di Castellazzo (decisiva per il suo carisma e tanto cara ai 'figli della Passione) si è arricchito di una esperienza mistica unica, che lo farà « sempre seguace e vero amante della Croce » (129) e « Padre » della spiritualità della Passione.

La contemplazione e la partecipazione alle sofferenze dell'Umanità straziata del Redentore gli hanno spalancato anche il « modo di arrivare alla santa unione con Dio » (130) e gli hanno indicato il cammino che fa volare alla « beata trasformazione » in Lui (131).

Le pene infuse di Gesù hanno illimpidito lo sguardo di Paolo, facendolo penetrare nell'abisso della Divinità, pregustamento e presagio del Matrimonio mistico.

(128) Dsp. 1 gen. 1721, p. 85 s.

(129) Lt I, p. 270, ad A. Grazi, 2 maggio 1741.

(130) Lt I, p. 43, a Marianna della Scala del P., 3 gen. 1729.

(131) Dsp., 21 die, p. 75.

 

Adesso esce dal ritiro, ma anche attraverso il più assorbente e travolgente apostolato, teso a comunicare il suo amore al Crocifisso sempre imperiosa, unica e struggente resterà la sua brama:

« Vorrei tutto consumarmi per amore del Sommo Bene, e del tutto trasformarmi nelle sue amare pene » ! (132).

(132) Lt I, p. 261, ad A. Grazi, 5 sett. 1740.

 

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