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3. Trasformazione di amore

 

Abbiamo esaminato l'unione sponsale piuttosto sotto l'aspetto fenomenico, che è e rimane una sua parte accessoria anche se è la più appariscente e per sé fa colpo. Abbiamo rilevato poi alcune ri­percussioni psicodogiche che ci sono sembrate più evidenti; infine, abbiamo messo in luce, in generale, i frutti ecclesiali promananti dal matrimonio spirituale.

Adesso, invece, intendiamo sottolineare principalmente l'aspetto più sostanziale e costituente di questa matura età spirituale: cioè la trasformazione in Dio per amore. E' questa l'essenza del matrimonio mistico, la sua forza intima, ciò che lo costituisce ontologicamente e per cui viene chiamato ed è il titolo forse più vero « unione trasformante».

il fenomeni mistici che spesso d'accompagnano come un corteggio di magnificenza, soprattutto in alcuni soggetti destinati dalla Provvidenza a lasciare un'impronta duratura nel Corpo Mistico, sono degli indizi per sé validi, ma rimangono in superficie, anche se hanno una funzione innegabile per rafforzare e promuovere la missione specifica a cui l'anima viene destinata.

(141) Le 13, 49.

(142) Fr. Bartolomeo POR 2258v-9; D. Costantini POC 557v: A. Frattini POR 2618.

 

Il desiderio continuo di Paolo, divenuto struggente con l'unione estatica, tendeva ad « essere con perfezione unito con Lui (= crocifisso)... sentire attualmente i suoi spasimi ed essere in Croce con Lui » (143) per rimanere « tutt(o) bruciato e consumat(o) dal fuoco della infinita sua carità » (144).

Esso si realizza con lo sposalizio mistico, che associandolo « allo Sposo divino, abbandonato da ogni conforto mentre stava moribondo in Croce... » (145), « brucia » l'anima di Paolo e la lascia « tutta sospesa, tutta rapita, tutta innamorata e tutta languente e spasiman­te d'amore e dolore » (146).

E' bene rifarci ad alcuni concetti del Santo per inquadrare la natura dello stato sublime a cui egli è pervenuto. Con l'unione perfetta del matrimonio spirituale d'anima si trasforma tutta in Dio per amore: «Sua Divina Maestà in quel divino abbraccio la uni­sce totalmente a sé che pare uno spirito seco...; come dice S. Paolo che altamente lo provava » (147)

Allora essa si vede tuffata «nel seno del Celeste Padre per Gesù Cristo Signor Nostro, ed ivi si perde nell'immensa Divinità, come si perde una goccia d'acqua nel grande oceano; in tal forma non vivrà più vita sua, ma vita deifica e santa » (148). Insomma, « immersa in quel Lume divinissimo che è lo stesso Dio », rimane « incenerita » e vive « vita non sua, ma nella vita e della vita del Sommo Bene » (149), restando così « quasi deificata per via d'amore col medesimo Dio... » (150). Ma in quel « trasformativo divino abbraccio» (151) precisa Paolo , pur annegando « felicemente in Dio », «l'anima non resta affatto perduta in Dio» (152). In altri termini: conserva il suo essere ontologicamente distinto da quello di Dio.

(143) Dsp. 6 dic, p. 65.

(144) Lt I, p. 216, ad A. Grazi, 4 ag. 1738.

(145) Lt III, p. 825 ss, ad A.M. Calcagnini, 9 luglio 1769.

(146) Lt I, p. 308, ad A. Grazi, (?).

(147) Lt in Boll, della Congr. (1928), 147 ss.

(148) Lt III, p. 573, a Marianna Girelli, 24 mag. 1768.

(149) Lt I, p. 216, ad A. Grazi, 4 ag. 1738.

(150) G. Cima POR 666.

(151) Lt in Boll, della Congr. (1928), 147 ss.

(152) Sr. Maria Dolcissima POV 1101, p. 496.

 

Anzi « ...acquista la vera libertà e ricchezza e diviene il giardino delle delizie di Gesù » (153), il quale la fa « vivere del suo divi nissimo Spirito » (154) inebriandola « sul petto divino del celeste Padre » (155). Quindi l'anima qui in una maniera superiore, imita per grazia le operazioni intratrinitarie, perché si sente veramente « figlia adottiva », generata dal Padre per mezzo dello Spirito a somiglianzà del Figlio (156). Perciò sente di conoscere ed amare Dio come egli conosce ed ama se stesso. E in un tripudio ineffabile dice tutta la sua commossa riconoscenza: «Abba, Padre» (157).

Secondo la dottrina di s. Giovanni della Croce l'anima, pur re­stando sostanzialmente distinta da Dio, diventa, in certo senso, triniforme, venendo trasformata per amore con il « divino spirare » del­lo Spirito Santo nelle tre divine Persone (158).

Ecco come Paolo scrivendo a Lucia Budini pervenuta al matrimonio mistico esprime questo scambio ineffabile tra Dio e l'anima sua sposa: «Lasciate dunque che l'immenso Bene si riposi nel vostro spirito. Questo è un riposo reciproco: Dio in voi e voi in Dio. Oh, dolce lavoro! Oh, lavoro divino! Dio si ciba, dirò così (che non ho termini), Dio si ciba del vostro spirito e il vostro spirito si ciba dello Spirito di Dio... Dio si riposa in voi; Dio tutta vi pe­netra e voi tutta in Dio, e voi tutta trasformata nel suo amore... » (159).

L'unica occupazione dell'anima è amare. Infatti se ne sta « sempre in riposo amoroso fra le braccia divine dello Sposo celeste, ardendo sempre d'amore per Lui » (160).

L'anima, vivendo in Dio, dal « Sovrano Maestro, che è lo Spirito Santo... » (161), è innalzata « alla contemplazione delle divine grandezze, bellezze, ricchezze del Sommo Bene, compiacendosi in Lui, stemprandosi in quel gran Fuoco come un granello di cera...» (162).

(153) Lt I, p. 141 ad A. Grazi, 29 giugno 1736.

(154) Lt I, p. 216, ad A. Grazi, 4 ag. 1738.

(155) Lt III. p. 64, a F. Giannotti, 30 giugno 1750.

(156) Tito 3, 5; Rom. 8, 29.

(157) Gai. 4, 6.

(158) C. 'A', str. 38, 2-3; F. 'B', str. 1, 6.

(159) Lt II, p. 721, 25 mag. 1751.

(160) Lt I, p. 518, a sr. Ch. Bresciani, 1 apr. 1756.

(161) Lt II, p. 449, a sr. Colomba, 26 marzo 1753.

(162) Lt I, ,p. 275, ad A. Grazi, 13 ott. 1741.

 

Di conseguenza le sue operazioni non possono essere che tutte divine: « ...Là, in quell'abisso d'amore non si può più nulla di tem­porale, ma tutto si è del Sommo ed Increato Amore » (163).

Così « trasformata e divinizzata, si perde tutta in quell'abisso d'infinite perfezioni » (164), lasciandosi « incenerire in quel divin Fuoco...» (165).

Per Paolo della Croce quest'amore che consuma felicemente sboccia dal Cuore del Verbo crocifisso, che è « l'altare divino, nel quale arde sempre il fuoco del santo Amore». Perciò l'anima deve bere «le acque santissime di grazia che scaturiscono da quel Cuore: ...ma ...qui avverte deve bere grosso, voglio dire deve bere l'amore a fiumi, a mari di fuoco e lasciare andare ogni cosa in cenere » (166). Ed è in questo Cuore, trafitto per amore, fornace ardente di carità, in cui « abitano tutti i tesori della sapienza e della scien­za » (167), che Paolo si disseta a profusione: «Oh, caro Gesù! lasciatemi bere al vostro SS. Costato l'acqua viva del vostro santo Amore! Oh quanto ho sete, caro mio Dio! lasciatemi bere!» (168).

La preghiera fu esaudita alla lettera. Un giorno infatti, il Signore ne colmò l'arsura misteriosa, secondo il suo desiderio. Il Crocifisso davanti a cui pregava staccò le braccia dalla Croce e lo chiuse nel Costato e ve lo tenne per tre ore. L'impressione di Paolo fu quel­la di aver già toccato la patria: «...Mi pareva di stare positivamente in Paradiso » (169).

(163) Lt II ,p. 466, a sr. Colomba, 21 dic. 1764.

(164) Lt I, p. 273, ad A. Grazi, 22 luglio 1741.

(165) Lt II, p. 451, a sr. Colomba, 19 ag. 1753.

(166) Lt II, p. 473 ss, a sr. Ch. Bresciani, 9 ag. 1740.

(167) I Cor. 12, 8.

(168) Lt II, p. 366, a T. Palozzi. 8 giugno 1758.

(169) R. Calabresi POR 1997.

 

Perciò può scrivere alla Bresciani: «Gesù, nostra vita, diede un gran grido nella sua divina predicazione e disse: Chi ha sete venga a me e beva! Oh, figliuola, accostiamoci dunque a questo fonte divino e beviamo a sazietà, ma senza saziarci mai... A questo fonte, si bevono fiumi di fuoco d'amore. Ah, che l'Amore divino bisogna beverlo a fiumi, a mari, ma a mari di fuoco! (170).

Per Paolo « l'amore è virtù unitiva e fa proprie le pene dell'a­mato Bene. Se vi sentite tutta penetrata di dentro e di fuori delle pe­ne dello Sposo scrive a sr. Colomba fate festa; ma vi posso dire che questa festa si fa nella fornace del Divino Amore, perché il fuoco che penetra fin nelle midolla delle ossa trasforma l'amator nell'amato, e mischiandosi con alto modo l'amor col dolore, il dolore con l'amor, si fa un misto amoroso e doloroso, ma tanto unito che non si distingue né l'amore dal dolore, né il dolore dall'amore, tanto che l'anima amante gioisce nel suo dolore e fa festa nel suo doloroso amore. Credo che capiate le mie pazzie » (171).

Qui è tutta la caratteristica peculiare di s. Paolo della Croce. Anche nell'unione trasformante lo stile della sua contemplazione mai si tradisce, ma riaffiora con più evidenza. Raggiunge l'ebbrezza dell'amore proprio nel dolore, e lo stesso amore è amoroso tormento. Infatti per lui l'amore vero non si concepisce senza il sacrificio. L'esempio e la parola di Cristo : « Nessuno ha amore più grande di Colui che sacrifica la sua vita per gli amici » (172) ritrova tutta la sua forza conquidente nell'esperienza e nel messaggio di Paolo della Croce che grida: «...II vero amor di Dio si esercita sulla Croce dell'amato Bene Cristo Gesù... » (173), « ...L'amante non cerca altro contento che il contento di Dio: l'amante desidera patire e fare gran cose per il suo Dio, e quanto fa tutto gli pare poco, e quanto patisce tutto gli pare poco» (174). Perciò sentenzia: «...Se le pa­re di patir assai, è segno che poco pochissimo ama il Signore... » (175),

Solo la vita di Cristo crocifisso, assaporata e rivissuta intensamente (176) può in parte colmare la sua sete di amore. Dico « in parte », perché l'amore è Dio stesso partecipato (177) e più si cresce nell'amore e più si diventa un solo spirito con Lui (178). Ma siccome Dio è infinito, crescere nell'amore su questa terra è anche un santo martirio; e l'anima non è mai paga dì gustarne in abbondanza... fino a quando non si consumi in esso e si fissi eternamente nella visione.

(170) Lt I, p. 468, a sr. Ch. Bresciani, 31 mag. 1740.

(171) Lt II, p. 440, a sr. Colomba, 10 luglio 1743.

(172) Gv. 15, 13; cf. Gai. 2, 20b e 1 Gv. 3, 16.

(173) Lt I, p. 491, a sr. Ch. Bresciani, 18 dic. 1743.

(174) Lt I, p. 129, ad A. Grazi, 18 feb. 1736.

(175) Lt II, p. 312, a m. M. Crocifissa, 9 (?) 1766.

(176) «Non vivo più io, ma è Cristo che vive in me» (Gai. 2, 20).

(177) 1 Gv. 4, 16.

(178) 1 Cor. 6, 17.

 

Nella contemplazione del Crocifisso Paolo ha capito che cos'è l'amore, ha compreso un poco le dimensioni della carità di Cristo (179) attingendovi «la pienezza stessa di Dio» (180). Associandosi profondamente al martirio di Cristo è pervenuto alla trasformazione di Amore. E questo amore divampa sempre più, diventa un « incendio » a misura che il calice di Cristo paziente è as­saporato fino in fondo dalla sua anima. Infatti nell'amore di Dio non può che ritrovare la Passione e ad ogni contatto con le pene di Gesù la fiamma preziosa si alimenta e riarde più viva: «...Siccome la Passione SS. di Gesù Cristo è opera tutta dell'infinito amore di Dio, così l'anima perdendosi tutta nel mare del santo Amore di Dio, non può fare a meno... di non immergersi tutta nel mare della SS. Passione, chiamata appunto da un Profeta mare (181) ed ivi fa gran pesca di perle e di tutte le gioie che sono le virtù dello Sposo divino Appassionato, per adornarsi bene, affine di essere sem­pre vittima sacrificata in olocausto nel fuoco del santo Amore » (182). La conseguenza è che il ricordo continuo e affettuoso del Maestro penante mantiene sempre fervida la divina fiamma: « Se porterà il dolce mazzetto delle Pene santissime di Gesù sull'altare del suo cuore, vi starà sempre acceso il fuoco del santo amore: Ignis in alta­ri meo semper ardebit (Lev. 6, 12) » (183).

(179) El 3, 18.

(180) Ef. 3, 19.

(181) E' il profeta Geremia (Lam. 2, là).

182 Lt III P. 336ss, a sr. M. Anselmi, 21 giugno 1755 (183) Lt II, p 258, a don Giovan B. Randone, 7 set. 1748.

 

Paolo, travolto dalle fiamme dolcissime del Diletto, aspira ad un amore sempre più elevato, al « puro amore » ; ma sa anche a quale prezzo vi si perviene, quale crocifissione richieda dall'anima. Sentiamo la sua voce che ogni commento guasterebbe: « ...L'anima vuole l'amore purissimo, schietto, nudo e vigila che non si mischi in tal divina fiamma niente di fuoco di cosa creata; tal vigilanza porta seco altissima povertà di spirito, astrazione di tutto ciò che non è amore, ed ama con l'amore dell'Increato Amore e per farsi sue le Pene Ssme dell'Amato, lascia che l'amore faccia da carnefice e la crocifigga di dentro e di fuori con un patire amoroso ed un amore doloroso, ma puro, netto e purgato » (184).

Anzi vi è di più: il Santo mira ancora più alto, dove solo a pochissimi è dato spaziare: «...Vivere vita d'amore in Dio senza saperlo e senza gustarlo con la parte inferiore, vivendo secondo la parte superiore dello spirito, che è il santuario in cui si adora il Si­gnore in spirito e verità. Oh quanto vorrei dire! ma mi mancano i concetti e ne godo; anzi, il mio maggior compiacimento si è di non poter intendere né spiegare le meraviglie che S.D.M. opera nell'anima fedele, che se le sapessi spiegare io vilissimo, non sarebbero opere dell'Altissimo. O grande Iddio! O gran Padre! Ciò basta a tenerci in orazione un'eternità... » (185).

Perciò scrive ad un'anima contemplativa: Godo «al sommo di sentirla crocifissa con Cristo, che è il mezzo più efficace per giungere alla perfezione del santo puro e netto amore, quale le desidero vivamente, e lo supplichi anche per me, affinchè Dio mi ci faccia giungere per quelle vie più ardue e spinose che più gli piacciono » (186). Infatti è sicuro che chi il Signore « fa camminare per la via del puro, retto e santo amore » deve passare « per una trafila di un nudo penare, affinchè si purifichi l'oro e si separi dal terreo, acciò l'anima ben purgata e netta da tutti quei nei di imperfezioni che sono impercettibili ai nostri occhi, voli in alto e si riposi nel seno celeste del santo e puro a'more che è Dio, Sommo Bene e tutto Amore e Carità » (187). In questo senso Paolo usa parlare di vita «sempre moriente » (188) per indicare che lo stato di distacco a cui si perviene quaggiù, per quanto sia grande e totale, non è mai perfetto. Si può morire sempre più per rinascere ogni volta a una vita di amore più puro nel divin Verbo.

(184) Lt II, p. 492,a sr. Colomba, 20 luglio 1756.

(185) Lt II, p. 458 ss, alla stessa, 16 luglio 1764.

(186) Lt III, p. 758, a Marianna Girelli, 25 apr. 1769.

(187) Lt III, p. 827, alla stessa, 12 dic. 1769.

(188) Lt III, p. 346, al p. Baitolomeo, 12 ag. 1755.

 

Sembra di vedervi l'eco della dottrina di Paolo apostolo su l'uomo vecchio e l'uomo nuovo. Il processo di morte all'« uomo vecchio», cioè al peccato, e di liberazione dalle seduzioni della natura decaduta, iniziato nel Battesimo per un inserimento ontologico al mistero della morte di Cristo (189), termina solo all'ingresso nella patria. Parimenti l'« uomo nuovo», «creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità » (190), rivestito nel Battesimo (191) e che ci rende « viventi a Dio in Cristo Gesù » (192) , si rinnova con­tinuamente, progredisce nella perfezione in proporzione di una «conoscenza superiore », cioè piena di amore operante; così esprime sem­pre meglio in sé stesso l'immagine del suo Creatore, ma per una assimilazione più perfetta a Cristo, che ormai è « tutto e in tutti » (193). Ed è necessario questo processo di morte e di vita per arrivare alla piena conoscenza di Gesù, per raggiungere lo stato di uomo perfetto (194). Infatti, solo se « l'uomo esteriore » si logora e si consuma con il distacco e le sofferenze di ogni genere, « quello intcriore » si rinnova continuamente « di gloria in gloria » (2 Cor. 3, 18) fino al­l'assimilazione a Cristo glorioso (195).

Per questo il Santo è dell'avviso che il matrimonio mistico non è termine anche se è l'ultimo stadio del cammino spirituale , ma avvio, inizio di una intimità stabile con Dio, destinata a progredire continuamente. Parlando, infatti, con don G. Lueattini di Lu­cia Burlini afferma fra l'altro : « Godo poi molto nel Signore nel sentire i progressi che fa nello Spirito la buona Lucia e non si fermerà qui se sarà fedele, come spero, poiché lo sposalizio già contratto si perfezionerà... » (196). Dunque l'unione dell'anima in qualità di sposa con il Verbo ammette una crescita maggiore nella sua conoscenza e nel suo amore.

Su questa terra, infatti, per quanto si possa progredire, mai si può esaurire il modello di perfezione indicato dal Maestro divino:

(189) Rom. 6, 3-11.

(190) Ef. 4, 24.

(191) Ef. 3, 9-10.

(192) Rom. 6, 11.

(193) Col. 3, 10-11; cf. Rom. 8, 29.

(194) Ef. 4, 13.

(195) 2 Cor. 4, 16.

(196) Lt II. p. 831, 31 dic. 1763.

 

« Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (197). L'unio­ne trasformante non elimina del tutto il processo di « morte » e « rinascita » ; anzi lo rende più evidente, facendone un rapporto vitale con Cristo in Dio, che è « fuoco divorante » (198).

In questa « morte rinascita » in seno alla stessa unione, il Verbo sposo non fa che scoprire all'anima, sua sposa, gli « abissi dell'amore di Dio» fino a trasformarla in un «incendio», fino a consumarla con una morte di amore più desiderabile della stessa vita, per­ché spalanca la Visione...

La trasformazione di amore in Dio di Paolo raggiunge qualche cosa di indicibile negli « orribilissimi abbandoni, aridità e desolazioni » dei cinquantanni di tenebre, anche se egli non sempre se ne avvede; anzi più ne arde e più se ne vede privo. Ciò nonostante l'amore trabocca a fiotti brucianti attraverso le sue espressioni accorate: «Mio Gesù... per carità geme un po' da bere:... mio Sposo, ho sete, oh, quanta sete! Ubbriacatemi d'amore!» (199).

Paolo canta, giubila, grida la sua sete di amore: «Io vorrei incenerirmi di amore! Ah, che non so parlare! Vorrei quello che non so dire. Ah! mio grande Iddio, insegnatemi voi come ho da dire. Vorrei essere tutto fuoco d'amore, più, più, vorrei saper cantare nel fuoco dell'amore e magnificare le grandi misericordie che lo Increato Amore comparte all'anima vostra... Spasimare di desiderio di più amare questo gran Dio, è poco, incenerirsi per Lui è poco; come faremo ? Ah ! meneremo una vita in continue agonie di morte d'amore per il nostro amante divino. Ma che vi credete che io abbia detto bene? No, perché vorrei dire di più, e non so. Sapete come mi consolo un poco ? in compiacermi, che il nostro grande Dio, sia quell'infinito Bene che è, e che nessuno possa lodarlo ed amarlo abbastanza come 'merita. Godo che Egli ami infinitamente Se stesso, godo dell'essenziale sua beatitudine, che ha in Sé, senza aver bisogno di nessuno: ma io son pazzo; non sarebbe meglio che a guisa d'una farfailetta mi slanciassi tutto nelle amorose fiamme, ed ivi in silenzio d'amore restassi incenerito, sparito, perso in quel divino Tutto? » (200).

(197) Mt. 5, 48.

(198) Deut. 9, 2; Ebr. 12, 28.

(199) Lt I, p. 470. a sr. Oh. Bresciani. 5 giugno 1740.

(200) Lt I, p. 296, ad A. Grazi, 19 giugno 1743.

 

Ma la ricompensa di queste ansie implacabili non può essere che un maggiore amore (201), che Paolo usa esprimere in questi termini: «...Più berrete e più avrete sete» (202).

Questa crescita nell'amore aumenta il divino tormento, che il Santo nella seconda Notte oscura non cessa di manifestare con gemiti dolci ma intensi, pari alla sua sete sconfinata: «Pensate bene, che ormai le mie viscere sono tanto inaridite, che i fiumi non bastano a dissetarmi; se non bevo ai mari, non mi levo la sete, ma avvertite che voglio 'bere ai mari di fuoco, d'amore. Ditelo allo Sposo divino, non vi partite, e non cessate di supplicarlo giorno e notte, sinché non otteniate il favorevole rescritto... » (203).

Nei momenti in cui il Signore allentava la mano e la notte diradava... Paolo prorompeva in impeti di amore irresistibili; erano vere esplosioni che lasciavano stupiti e commossi i fortunati spettatori. Un giorno al solo nominare Dio « spiccò un salto per l'aria da sette in otto passi in circa » (204). Spesso fu visto « con la faccia accesa come un sole », vibrante « raggi dal suo volto a guisa di sole », « tutto acceso in faccia in modo che dimostrava essere ebrio di araor di Dio » (205).

Il p. Giovanni, che l'accompagnava spesso nei viaggi, ci dice ancora di averlo sorpreso un giorno tutto infiammato e col volto radioso tanto da sentirsi spinto, al solo vederlo, ad amare Dio; e prosegue: « ...Io mi sentivo una straordinaria consolazione spirituale... e con gran trasporto e divozione andavami ripetendo col dirmi: E come non ami tu Dio? E come non ami tu Dio? » (206).

Anche Rosa Calabresi ci fa sapere che « l'ardore di carità, che aveva nell'interno dell'anima, traluceva ancora nel suo volto, il quale alle volte compariva acceso come una fiamma di fuoco... » (207).

(201) C. 'B', str. 9, 7.

(202) Lt II, p. 719, a L. Burlini, 9 ag. 1749.

(203) Lt I, p. 296 ss, ad A. Grazi, 19 giugno 1743.

(204) P. Giovanni POR 368.

(205) Ib. 367v.

(206) Ib. 368v.

(207) PAR 2266.

 

Talvolta l'ebbrezza di amore lo teneva come fuori di sé, e, tutto avvampato, gridava a chiunque incontrava: «Fratelli, amate Dio, amate Dio, che lo merita tanto! E non vedete che le foglie stesse degli alberi anche vi dicono che amiate 'Dio? Oh, amor di Dio, oh, amor di Dio!». Alcune donne presso un lavatoio al sentire tali parole infuocate « ne restarono compunte e proruppero in pianto » (208)

Graziose le scene di effusione di amor di Dio al contatto con la natura. A S. Angelo presso Vetralla, passeggiando nel recinto del ritiro, percuoteva con il suo bastoncino i fiori del giardino rimproverandoli dolcemente, perché, spiegava, « quei fiorellini gli dicevano con muta voce: Ama il tuo Dio! ama il tuo Dio come lo amiamo noi!» (209).

In questi anni quali conoscenze intime, quanti lumi sui misteri di Cristo, sugli attributi divini! Il p. Giammaria ci informa che Dio, durante la tenebrosa notte dei cinquanta anni, gli concedeva « di quando in quando... se ben di rado e per breve tempo qual­che lucido intervallo, nel qual tempo si conosceva acceso, ed infiammato come un serafino, e parlava con tanto fuoco ed ardore delle cose celesti, che infiammava altresì chi l'udiva, ed esso restava vie più avvalorato, e corroborato a tollerare con eroica generosità il suo interno martirio» (210).

Proprio in questi momenti Paolo vede l'intimità della sua unione con lo Sposo crocifisso, scoprendone i misteri e gustandone ineffabilmente l'amore. E' ciò che nota anche san Giovanni della Croce sui rapporti segretissimi tra Gesù e l'anima nello sposalizio mistico: « Sono molto frequenti le illuminazioni di nuovi misteri che Dio da all'anima nella comunicazione sempre attuale fra Lui e lei, e glieli da in se stesso, ed ella come di nuovo entra in Lui secondo la notizia di quei misteri che in Lui conosce, nella quale conoscenza lo ama di nuovo intimamente e sublimemente, trasformandosi in Lui secondo quelle nozioni nuove...» (211).

(208) P. Giovanni POR 369.

(209) P. Giuseppe POR 1493.

(210) POV 421v, p. 155,

(211) C. 'A', str. 36, 5; cf. C. 'B', str. 23, 1.

 

Paolo, pur attestando queste frequenti conoscenze dello Sposo divino e dei suoi misteri, si ferma a sottolinearne con alto stupore la ineffabilità: « ...In questa divina scuola in cui il sovrano Maestro è lo Spirito Santo coi lumi di 'fede, l'anima intende in Dio senza intendere coi sensi cose altissime, stupende, incapibili, inenarrabili; così non è meraviglia che resti in una sacra ignoranza, che la renda incapace di esprimere tali arcani, e da questo ne nasce altresì un amore di compiacenza, poiché l'anima compiacendosi che Dio sia quel Bene infinito che Egli è ed un mare immenso di perfezione, gusta e si compiace di essere ignorante, di essere quel nulla che è da se stessa e di non poter capire quelle meraviglie, ma si abissa tut­ta con alto stupore amoroso in quel gran mare, ivi adora, tace, ama, stupisce, ecc. e per espansione di amore fa tutto in un tratto, in un momento» (212).

La trasformazione di amore nel Santo riceve il « sigillo » più appariscente nella « stigmatizzazione », di cui parleremo fra poco. Dopo di essa e soprattutto negli ultimi anni di vita che possiamo chiamare la grande vigilia nell'attesa dello Sposo il bruciore divino raggiunge punte indescrivibili, più vicine alla « Patria » che al tempo: l'ardore per il Crocifisso era santo delirio e avrebbe scosso potentemente chiunque avesse sentito qualche suo colloquio con Lui. Gli impeti affettuosi in cui spesso prorompeva estatico ne erano una chiara rivelazione : « Sì, mio Dio, vi voglio amare, voglio amarvi ! » Il fratello che lo assisteva ne riportava questa impressione: « ...Mi pareva di vedere un serafino al trono della Maestà di Dio, che arde di amore... » (213).

(212) Lt II, p. 449, a sr. Colomba, 26 marzo 1753. E' chiaro che qui l'anima, pur ' intendendo in Dio ' e più propriamente pur ricevendo la « luce del Verbo sui misteri divini, non conosce con visione intuitiva. La sua rimane una conoscenza sempre mediata: siamo ancora in regime di fede. In altri termini: quelle di cui parla s. Giovanni della Croce e a cui allude Paolo sarebbero le conoscenze vespertine descritte da s. Agostino, le quali, pur essendo vere conoscenze, sono ancora molto imper­fette e analogiche, come è imperfetto e analogico un intermediario crea­to, il quale non può rappresentare mai come Dio è in se stesso, nella sua essenza divina, che è l'oggetto proprio della scienza mattutina, cioè vedere nel Verbo (cf. De Genesi ad litteram, PL 34, 312; cf. S. Th. I, q. 89, aa. 5-6; I-II, q. 67, a. 2; I, q. 89, a. 1 ad 3). Del resto, lo stupore e la meraviglia che mostrano le parole di Paolo e la imperfezione con cui conosce tali lumi lo lasciano scorgere chiaramente.

(213) Fr. Francesco POR 829v.

 

Proprio questi slanci sublimi accendevano sempre più potente nella sua anima il desiderio della Patria. E non può essere diversa­mente, « poiché l'anima vede che con la trasformazione attuale in Dio, benché lo ami immensamente, non può giungere ad eguagliare l'amore con cui ella è amata da Lui, per raggiungere questa meta, desidera la trasformazione gloriosa » (214).

Già da tempo fin dal 1737 Paolo aveva sfogato la sua brama di ciclo con accenti di fuoco (215). Ma dovranno passare ancora molti anni prima di potersi tuffare nell'amore infinito di Dio. Dovrà prima consumare il suo martirio terreno, la sua crocifissione con Cristo. Crescerà il martirio, crescerà l'amore fino a raggiungere tale intensità da essere il suo felice carnefice. E Paolo aspettava proprio la morte di amore, la riteneva per certa; ne aveva parlato ad anime grandi, crocifisse come la sua, con termini di esultanza e di gau­diosa aspettativa: «Seguitate ad amare l'Amore Increato si effonde con la Gandolfi che quest'Amore infinito colpirà con uno dei suoi dardi infuocati il vostro cuore, e l'anima per la forza dell'amore uscirà dal carcere del corpo e volerà a riposarsi in eterno nell'infinito Amore. Oh, morte più dolce dell'istessa vita! Oh, morte, che rompendo i lacci e le catene di questo corpo, fai volare l'anima amante nella libertà dei cari figli di Dio! » (216).

(214) C. 'B' Str. 38, 3. 5.

(215) Infatti confidava alla Grazi: " Oh, che santi pensieri ho avuto oggi, mentre passeggiavo! Pensieri di carità e d'amore e di unione con Dio per l'anima mia e per l'anima sua. O vero Dio, che sarà dei nostri cuori quando nuoteranno in quell'infinito mare di dolcezze! Che sarà quando lassù in cielo saremo strasformati per amore in Dio, e saremo paghi di quel Bene Infinito, di cui è pago il nostro Dio! Che sarà, figlia mia, quando canteremo in eterno le divine misericordie, i trionfi dell'Agnello Immacolato e di Maria SS.ma nostra Madre! Che sarà quando canteremo senza cessare quell'eterno trisagio: Sanctus! Sanctus! Sanctus! Quando insieme, dei Santi canteremo quel dolcissimo Alleluia! Che sarà mai dei nostri cuori, del nostro spirito! Quando saremo uniti a Dio più che non il ferro al fuoco, che senza lasciare di essere ferro, pare però tutto fuoco; così noi saremo talmente trasformati in Dio, che l'anima sarà tutta divinizzata: oh, quando verrà questo giorno! Quando verrà la morte a rompere le mura di questa prigione! Ah, che quello sarà il giorno del nostro sposalizio, delle nostre nozze, in cui l'anima nostra con modo altissimo si sposerà al caro Gesù, e sederà in eterno a quel celeste banchetto ». (Lt I, p. 194ss., 29 ag. 1737).

(216) Lt III. p. 441, 10 luglio 1743; cf. F. 'B' str. 1,30.

 

Nell'ultima malattia soprattutto, le fiamme divine che lo bruciavano santamente gli strappavano espressioni quanto mai rivelatrici del suo incendio interiore : « Vorrei, se fosse possibile, che bruciassero anche le mura di amore di Dio! » (217).

La «carità», riversata dallo Spirito nel suo animo (218), lo ha trasformato nel suo Signore crocifisso; quella stessa fiamma adesso lo fa spasimare dal desiderio di volarsene all'Amore infinito. Gli ultimi giorni di Paolo furono « una sacra agonia d'amore » (219). Quel­li che erano spettatori dei suoi aneliti di ciclo ne erano inteneriti: « Non posso esprimere afferma fratel Francesco il desiderio grande che aveva il Servo di Dio di unirsi a Dio nell'altra vita a vedere 'Dio faccia a faccia...: "Voglio andare al mio Dio in Paradiso", esclamava. Sì, al Paradiso, al Paradiso, ad amare il mio Dio a faccia svelata. Lassù sì che si ama perfettamente come si deve!... Io mi stupivo prosegue il teste in vedere (che) un vecchio cadente, quan­do discorreva di Dio, dell'amore che a Lui si deve e del paradiso subito pareva che fosse un giovane robusto, mentre pareva che non si sapesse staccare dal discorrere di tali cose » (220).

Paolo nel Crocifisso ha scoperto l'Amore, ne ha penetrato gli abissi, ne ha assaporate le agonie, ne ha portato le stigmate irraggiandone ovunque le fiamme salvifiche. Ora ne subisce il martirio e va a cantarne le glorie nell'eterno soggiorno.

 

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